Roma, 2 feb – Età media di 37 per lei e di 39 anni per lui, un diploma in tasca e un lavoro da impiegato o libero professionista. È l’identikit della coppia italiana che si rivolge ai centri di medicina della fertilità in Svizzera. Nonostante le recenti aperture della normativa italiana, sono ancora molte le coppie che scelgono di varcare i confini nazionali per cercare di avere un figlio. “Il flusso di pazienti ha risentito un calo di circa il 20% nel terzo trimestre dell’anno. Calo che però è stato compensato dalla crescita registrata negli ultimi mesi del 2014”, afferma Michael Jemec, specialista in medicina della riproduzione e tra i fondatori del centro per la fertilità ProCrea di Lugano. “Nel 2014 abbiamo avuto tra i nostri pazienti oltre 800 coppie italiane alla ricerca di un figlio, più della metà provenienti dalla regioni del nord Italia, una su tre è arrivata a ProCrea dopo aver avuto esperienze in altre cliniche per la fertilità”.
Le terapie cui si sono sottoposte le coppie sono state le più tradizionali. “Sette coppie su 10 hanno fatto ricorso alle tecniche di fecondazione omologa. Le restanti, circa il 28 per cento, presentavano dei problemi di infertilità maschile gravi: per loro è stato necessario ricorrere alla fecondazione eterologa con seme di donatore”, riferisce Jemec. “Visto che i paletti normativi non ci sono più, le coppie scelgono le strutture che maggiormente possono garantire assistenza e tasso di successo elevati”.