Nella crisi libica, tra le carte che l’Italia può giocare prima di aderire a opzioni militari ad alto rischio ce n’è una che ha il volto di Romano Prodi. L’ex presidente del consiglio è uno dei pochi leader occidentali ancora spendibili per una mediazione politica tra le parti in conflitto. Già nel 2011, in piena guerra civile, due mesi prima della caduta di Gheddafi, ci fu un tentativo per nominare Prodi mediatore dell’Onu. Fu il governo sudafricano, con una lettera confidenziale al segretario generale Ban Ki-Moon, a suggerire di dare l’incarico al politico italiano per le ragioni che nella lettera erano così riassunte: «perché Prodi conosce i principali attori coinvolti nella crisi a Tripoli e Bengasi. Perché conosce i leader delle principali tribù, che hanno fiducia in lui. Perché conosce da vicino la situazione libica, di cui si è occupato per molti anni da primo ministro italiano e da presidente dell’Unione europea». E, infine «perché è riconosciuto da tutte le parti coinvolte dal conflitto libico come una importante personalità capace di un’azione indipendente».
In seguito furono 25 capi di Stato africani a sollecitare la nomina di Prodi, sostenuta anche dall’Associazione delle tribù libiche. Ma non se ne fece nulla, anche perché il governo italiano fece mancare il proprio sostegno. Prodi non ha mai smesso di occuparsi della Libia e in questi giorni è tornato a ribadire che l’attacco del 2011, voluto dai francesi, fu un grave errore, con l’Italia che addirittura pagò per una guerra che andava contro i propri interessi.
Anche oggi, secondo Prodi, l’opzione militare avrebbe effetti disastrosi. Più utile sarebbe far sedere al tavolo tutti gli interlocutori – tra cui decine di tribù e milioni di esuli – impegnando in un lavoro comune Egitto e Algeria. Solo così si potrebbe isolare l’Isis senza mettere a ferro e fuoco un altro continente. (17 feb)