È sotto gli occhi di tutti il ruolo di primo piano delle religioni nei nuovi conflitti che rendono il mondo un posto sempre più insicuro. Manlio Graziano, tra i maggiori esperti di geopolitica delle religioni, nel libro “Guerra santa e santa alleanza” pubblicato dal Mulino ricorda che negli ultimi mesi il pretesto religioso è stato utilizzato per coprire, giustificare e persino nobilitare scontri politici e militari in Mali, Nigeria, Repubblica centrafricana, Kenya, Iraq, Birmania, Sri Lanka, India e persino Ucraina. Il pretesto religioso è stato un aspetto centrale della «primavera araba», e continua a esserlo drammaticamente nei paesi in cui quelle rivoluzioni sono abortite: Siria, Egitto, Libia, Yemen e Bahrein. L’Iraq rimane un focolaio di caos potenziale per l’intera regione, un caos in cui mujaheddin tanto zelanti quanto riccamente armati sono pronti a mettere il loro capitale di «guerre sante» al servizio di questo o quell’interesse, locale o internazionale.
C’è voluto del tempo – osserva il professor Graziano – prima che il ritorno delle religioni sulla scena pubblica non fosse più considerato una curiosa coincidenza ma una tendenza generale. Ancora oggi, tuttavia ,in alcuni paesi di più antica secolarizzazione, l’opinione largamente prevalente è che il «ritorno di Dio» non li riguardi, che riguardi essenzialmente i paesi emergenti, privi di tradizioni politiche solide; per certuni, riguarderebbe addirittura solo i paesi musulmani. Ma non è così. E d’altra parte Barack Obama è stato non solo il candidato che ha speso di più in tutta la storia degli Stati Uniti ma anche quello che ha citato Dio più spesso.
La tesi di Graziano è che più gli Stati tradizionali si indeboliscono, più gli individui si aggrappano ad altre identità che sembrano loro più solide. Per questo la responsabilità delle grandi confessioni religiose e dei loro leader è enorme. Solo la loro alleanza può ripristinare quella morale universale di cui non sembra esserci più traccia. (19 feb)