Yangon, 27 set – Il temuto bagno di sangue in Myanmar si è verificato. Almeno sei persone, quasi certamente monaci buddisti, sono state uccise dalla polizia su ordine della giunta militare al potere da 19 anni e che vede nella protesta di massa di questi giorni una minaccia mortale alla sua sopravvivenza. La sanguinosa svolta nel corso degli avvenimenti (il cui bilancio nelle prossime ore potrebbe ulteriormente aggravarsi) è avvenuta questa mattina, sei ore dopo l’avvio di una marcia con circa centomila manifestanti per le vie di Yangon. Improvvisamente, infatti, si è scatenato l’inferno. Le forze dell’ordine hanno caricato a colpi di sfollagente, usato gas lacrimogeni e sparato colpi d’arma da fuoco per tentare di disperdere la folla. Oltre ai sei morti al momento si parla di un centinaio di feriti, tra cui 50 religiosi. Almeno 200 dimostranti sono stati arrestati. Tra questi anche il noto attivista dei diritti civili, Wing Nain, e il più celebre attore locale, Zaganar, che aveva appoggiato pubblicamente la protesta. Il primo sarebbe stato arrestato e portato via intorno alle 2.30 ora locale dalla sua abitazione; l’attore era stato invece arrestato nei giorni scorsi per aver preso esplicita posizione a sostegno della protesta, recandosi in una pagoda ad offrire acqua e cibo ai monaci. Dopo la prima notte di coprifuoco, stamane a Yangon centinaia di militari e poliziotti in assetto antisommossa hanno preso posizione attorno ad almeno sei grandi monasteri che, nei giorni scorsi, sono stati il motore della rivolta. Centinaia i soldati schierati dinanzi alla Pagoda Sule, il centro nevralgico da cui nei giorni sono partite le marce dei monaci contro la giunta dei generali. “Ci pensiamo noi monaci, per favore non seguiteci”. Così i religiosi si sono rivolti alla folla per evitare il coinvolgimento di civili, invitando anche i soldati alla nonviolenza. Un’esortazione che però non ha impedito la strage. Poliziotti e soldati hanno cominciato a sparare colpi in aria per disperdere la folla. Dopo la carica, migliaia di persone si sono dirette verso la pagoda di Sule, mentre circa cento monaci sono rimasti davanti all’ingresso orientale di Shwedagon, rifiutando di obbedire agli ordini degli agenti. Circa 5.000 monaci e 5.000 studenti, insieme ai membri del partito di opposizione, da un’altra area della città si sono diretti verso il tempio di Sule, ma sono stati poi bloccati da mezzi militari lungo la strada. Nei pressi della pagoda si sono avuti nuovi scontri, con gli agenti che hanno fatto ancora ricorso a spari di avvertimento. Tensioni anche nella seconda città del paese, Mandalay. Decine di soldati e di agenti di polizia antisommossa hanno impedito a 300 monaci e 30 monache buddisti di entrare nella Pagoda Mahamuni Paya della città. Ma i religiosi hanno deciso di sfilare lo stesso. I militari hanno creato una barricata e hanno chiuso con il filo spinato l’uscita della Pagoda. Cinque autocarri militari sono stati visti all’interno del monastero, mentre altri soldati sono stati dispiegati lungo la strada nella città dei templi e dei palazzi. Proteste di piazza anche a Sittwe, città portuale 560 chilometri a ovest di Yangon. Sono circa 15.000 i manifestanti, guidati dai monaci buddisti, scesi finora nelle strade. Nella manifestazione sono presenti anche cittadini musulmani.