Roma, 28 set – Il mondo si tinge di rosso, il rosso del sangue ma anche il colore delle tonache dei monaci buddisti birmani. Manifestazioni di solidarietà per la repressione in Myanmar oggi hanno attraversato tutto il sud-est dell’Asia – dalla Thailandia alle Filippine, da Taiwan alla Malaysia –, ma non solo. Duemila i manifestanti a Kuala Lumpur al grido di “Giunta, va’ all’inferno”. A Giakarta una cinquantina di dirigenti del ministero degli Esteri indonesiano hanno organizzato un sit-in in segno di protesta, indossando magliette rosse, mentre un’altra manifestazione gridava davanti all’ambasciata del Myanmar. A Bangkok circa 300 fra thailandesi e birmani si sono riuniti davanti alla legazione birmana, chiedendo, fra l’altro, di boicottare le Olimpiadi del 2008 in Cina, paese accusato di appoggiare la giunta di Yangoon. Proteste anche in Giappone dove alcune decine di birmani si sono riuniti dinanzi all’ambasciata di Tokyo. Tra stendardi con l’immagine del pavone, simbolo del movimento democratico in Myanmar, i manifestanti hanno ripetutamente inneggiato alla caduta del regime militare. A tanti fusi orari di distanza, nastri rossi anche per i 230 stand dell’Acli organizzati in diverse città italiane. “I nastri rossi sono solo un gesto simbolico – spiega Michele Consiglio, vice presidente delegato del Patronato Acli – ma la forza dei simboli non va sottovalutata”. “L’idea di portare i diritti in piazza – aggiunge – per noi appare pacifica. Ma in altre zone del mondo, e’ un diritto messo in discussione”. “Per questo – conclude – non possiamo non sentirci vicini e solidali ai monaci, agli studenti, ai sindacalisti e agli intellettuali, che con coraggio stanno manifestando nelle strade della Birmania”. Un drappo rosso di cinque metri sventola anche sulla facciata di Palazzo Vecchio, sede del comune di Firenze, ed un altro dal terrazzo del Palazzo della Provincia in piazza Duomo a Siena. Anche Roma si unisce alla protesta. “Libertà di manifestare in Myanmar” e “Libertà per tutti i prigionieri politici”: queste le scritte sugli striscioni che Amnesty International ha esposto di fronte all’ambasciata romana della Birmania in occasione del sit-in di protesta. Circa 200 attivisti, tutti con qualcosa di rosso indosso, hanno partecipato all’iniziativa. Gli attivisti hanno formato con delle fiaccole il numero 3.000 in ricordo dei morti della violenta repressione del 1988 ponendole davanti al cancello dell’ambasciata. Una repressione, quella di questi giorni, che ha scosso il mondo. Gli Stati uniti hanno annunciato l’imposizione di nuove sanzioni economiche contro quattordici alti dirigenti governativi birmani. Nel frattempo Condoleezza Rice ha salutato con favore il comunicato con cui l’Asean, l’organismo che rappresenta i Paesi del sud-est asiatico, ha chiesto al regime di non usare la violenza contro i dimostranti. “Posso solo assicurarvi che gli Stati Uniti sono determinati a tenere l’attenzione della comunità internazionale concentrata su quello che accade a Rangoon” ha detto il capo della diplomazia Usa. Martedì prossimo, intanto, il Consiglio dell’Onu dei diritti umani si riunirà a Ginevra per discutere della situazione. La domanda di sessione sulla situazione in Birmania ha ottenuto l’appoggio di 53 Stati, di cui 17 sono membri del Consiglio (e tra questi sette Paesi dell’Ue membri del Consiglio) e 36 sono osservatori. Per convocare una sessione speciale, la richiesta dovrà ottenere l’appoggio di almeno un terzo dei 47 paesi membri del Consiglio. Anche in Italia si alzano cori di protesta. Nuovo appello al dialogo è stato lanciato dal presidente dell’Unione interparlamentare (Uip), Pier Ferdinando Casini. “La violenza non è la risposta alla domanda persistente di cambiamento espressa dal popolo di Myanmar – ha affermato in una nota dell’Uip pubblicata a Ginevra – Le autorità devono aprire un vero dialogo, fondato sul rispetto dei principi democratici”. Ricordando che l’Uip non ha mai smesso di deplorare il rifiuto delle autorità del Myanmar di rispettare il risultato delle elezioni democratiche del 1990 e la detenzione ininterrotta di 13 parlamentari eletti in tale occasione, Casini ha aggiunto che “ogni transizione verso la democrazia in Myanmar dovrà essere preceduta dalla liberazione dei prigionieri politici e la revoca di tutte le restrizioni ai diritti dell’uomo”. Toni di solidarietà anche da parte del presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi. “Ci uniamo idealmente alla domanda di libertà e democrazia che si leva dai monaci della Birmania e dalle migliaia di manifestanti pacifici contro il regime militare. L’Unione Europea e l’Onu – è la richiesta di Berlusconi – ottengano, finalmente, l’impegno della Cina, dell’India, della Russia, affinché il regime birmano comprenda che nessuno nella Comunità internazionale può tollerare o coprire le stragi e la negazione della libertà”. Vicino alla tragedia anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta che, in camicia rossa, ha ricordato come “il nostro paese inizia solo oggi ad avere credibilità in queste questioni. Oggi abbiamo titolo mentre fino a qualche anno fa il nostro paese, a causa dell’insolvenza dei ‘paghero’ di Berlusconi, era di fatto fuori dai grando consessi internazionali della pace. Soltanto per andare in pari – ha continuato Letta – abbiamo pagato quest’anno un miliardo di euro di arretrati. Lo considero un gesto importante da parte del nostro governo”. In rosso anche il ministro delle politiche sportive, Giovanna Melandri,in occasione della presentazione delle pagine romane della Gazzetta dello sport. “Mi sono messa una maglia rossa – ha spiegato – per i monaci birmani che stanno rischiando la vita per una battaglia di libertà”.
(Cog)