Secondo l’ultimo sondaggio Demos, il 57% dei veneti vuole l’indipendenza, che sarebbe poi – spiega Ilvo Diamanti – un federalismo forte. Le parole conservano dunque intatte il loro antico fascino anche quando la realtà le ha ormai abbandonate al loro destino, come è accaduto a una parola che ha segnato un’epoca, e cioè “federalismo”. Dopo averci tenuti occupati per un quindicennio, nelle sue diverse declinazioni: federalismo fiscale, federalismo demaniale, eccetera – questa parola è improvvisamente scomparsa dai radar della politica e della discussione pubblica, travolto dall’ondata anticasta che volendo cancellare i rimborsi spese e i vitalizi dei consiglieri regionali ha finito per travolgere l’idea stessa di autogoverno e di decentramento.
Il risultato è che adesso di federalismo non parla più nessuno. E pazienza se – grazie all’autogoverno – nel Lombardo-Veneto o in Emilia gli standard sanitari sono tra i migliori del mondo e nel Trentino gli scolari studiano la matematica o la geografia in inglese, garantendosi con ciò un futuro più agevole.
Tra le ragioni di questa rimozione collettiva, lo storico Giuseppe Berta – nel suo recente saggio “La via del nord” (Il Mulino) dedicato al declino del settentrione – segnala il cambio di passo della Lega, che ha abbandonato il mito fondativo della Padania per arroccarsi su temi antieuropei, anti-immigrati e anti-globalizzazione, spesso mutuati dalle parole d’ordine del Fronte Nazionale francese.
Il risultato è che ora l’offerta politica è ormai uguale, e indifferenziata, a tutte le latitudini. Ma chissà se è stato un buon affare, per il Nord, sostituire la Padania con Le Pen.