Yangon, 3 ott – Una calma insolita a Yangon, ormai una città fantasma, massicciamente presidiata da militari in assetto anti – sommossa. Dopo gli arresti indiscriminati di questi ultimi giorni, la giunta militare birmana ha disposto il rilascio di 229 monaci buddisti, ottanta uomini e 149 donne, anche se non è certo che queste ultime siano tutte religiose; altri sedici arrestati insieme a loro dovrebbero essere liberati a breve. Agghiaccianti i racconti degli ex prigionieri, che sottoposti ad abusi sul piano verbale e psicologico, sono stati costretti a spogliarsi delle tipiche tonache per indossare invece indumenti civili. I primi rilasci dei manifestanti hanno permesso di conoscere particolari sul trattamento riservato ai detenuti. Secondo il racconto di un anonimo parente di tre donne finite in carcere, i prigionieri sarebbero stati divisi in quattro categorie: semplici passanti, quelli che stavano a guardare, quelli che applaudivano e quelli che si univano ai cortei, ovviamente bollati come i facinorosi e dunque trattati di conseguenza. Gli abusi, infatti, crescevano di intensità a seconda della categoria nella quale i manifestanti sono stati inseriti. Il sistema è tuttora applicato, giacché la macchina repressiva ancora non si ferma: le catture di massa, infatti, sono tuttora in corso, nella vecchia capitale Yangon e altrove. La giunta al potere nel Myanmar ha, infatti, arrestato almeno 147 esponenti della Lnd, la Lega Nazionale per la Democrazia, la principale forza di opposizione birmana guidata da Aung San Suu Kyi: a dare la notizia è stata Voce Democratica della Birmania, emittente radiofonica vicina alla dissidenza, con sede in Norvegia, secondo cui tra coloro che sono finiti dietro le sbarre ci sono anche dieci parlamentari della mai insediata Assemblea Costituente. Intanto i 27 stati membri dell’Ue hanno raggiunto oggi un accordo politico sull’inasprimento delle sanzioni in vigore alla Birmania. I dettagli dell’accordo politico saranno messi a punto nei prossimi giorni e passeranno al vaglio della riunione dei ministri degli Esteri dell’Ue il 15 ottobre prossimo. Per conto dell’Italia, l’ambasciatore Rocco Cangelosi ha commentato positivamente – nelle linee indicate dal presidente del consiglio Prodi e del ministro degli esteri D’Alema – la “pronta reazione della Ue” ed ha rilevato che le nuove sanzioni “andranno applicate con la massima efficacia verso il potere politico birmano” e che dovranno essere accompagnate “da significative misure verso la popolazione, sotto forma in particolare di aiuti umanitari”. A confermare la linea di rotta dell’Unione Europea è il ministro degli Esteri Massimo D’Alema ribadendo “che il 15 ottobre verranno sancite nella riunione dei ministri degli Esteri. Le notizie che arrivano dalla Birmania – ha proseguito D’Alema – sono spaventose: repressione, uccisioni, rastrellamenti. Sulla possibilità di sanzioni Onu D’Alema ha ricordato che “l’Italia, quando c’è stata la consultazione informale del Consiglio di sicurezza, si è pronunciata a favore di una riunione formale ed a favore di misure anche da parte delle Nazioni Unite. Purtroppo – ha aggiunto il ministro degli Esteri – c’è stato il veto russo e cinese; il meccanismo di funzionamento del Consiglio di Sicurezza non ha consentito di andare avanti sulla strada che noi avevamo assolutamente condiviso”. Secondo il presidente del Consiglio Romano Prodi, per affrontare la tragica situazione in Myanmar “ci vuole un’azione internazionale più forte e più energica, perchè se la situazione può sembrare calma in superficie, in realtà è disastrosa”. Prodi rivela anche di avere scritto ai premier di Cina e India “perché si adoperino” nella soluzione della crisi. “Mi auguro – conclude Prodi – che si possa sostenere l’opera che sta facendo Gambale e ritengo che dobbiamo lavorare come Europa unita con più forza e più vigore perchè il problema sta a cuore a tutti”. Il vicepremier Francesco Rutelli ha sottolineato “l’amicizia con il popolo birmano e la vicinanza alla sua ansia di democrazia”, non nascondendo “il ruolo importante che la Cina può svolgere per giungere ad una soluzione della crisi birmana”. In tal senso “il governo – ha spiegato Rutelli – ha avviato una serie di iniziative diplomatiche, bilaterali, e multilaterali, rivolte alle autorità birmane e ha perseguito i contatti con la dirigenza cinese”, ricordando infine che “il presidente del Consiglio Prodi ha scritto al primo ministro cinese e indiano perchè eserciti tutte le sue autorevoli pressioni verso il governo birmano, per ricondurre il paese a una condizione di umana dignità”. Sulla repressione in Birmania, ha affermato il sindaco di Roma Walter Weltroni, “c’è un inquietante silenzio delle coscienze, c’è il silenzio della mobilitazione”. “Se questi fatti fossero accaduti vent’anni fa – ha detto Veltroni – ci sarebbero state manifestazioni e scioperi dappertutto. Sono stato in Birmania. Da quando ho visto cosa è questo regime – ha concluso – non ho mai fatto mancare il mio sostegno al popolo di quel paese”.
(Cep – Deg)