Non era ancora accaduto che qualcuno intervenisse in diretta a una trasmissione per celebrare un assassino. È successo l’altra sera su Radio 24, dove al talk show di Cruciani e Parenzo si sono affacciati un paio di tifosi dello sparatore di Milano, sostenendo che quei tre morti erano solo “un buon inizio”. Non ci si deve meravigliare – argomentava uno dei due ascoltatori – se un piccolo imprenditore vessato decide di vendicare i torti subìti dagli azzeccagarbugli, non importa se magistrati o avvocati.
Lo stesso umore e gli stessi argomenti si rintracciano on line. A poche ore dalla strage, su Facebook è stata aperta una pagina a sostegno di Claudio Giardiello, l’immobiliarista fallito cinque volte prima di diventare tre volte assassino e ora presentato – citiamo – come “vittima di uno stato che ti strozza e ti tagliuzza con tasse assurde, portandoti via tutto e cercando di rinchiuderti in una gabbia”.
Queste idiozie, questo odio, questi umori rancorosi non sono una novità. La novità è semmai che ora emergano dal sottosuolo dove prima li costringeva la riprovazione sociale, il pudore e anche la politica.
Riflettendo sulla destrutturazione particolaristica della società italiana – alimentata dai media che amplificano le malmosità, le cavalcano e ci campano – il critico Stefano Balassone scrive sul Fatto che è come se ci fosse spuntato l’Isis in casa. E un’altra osservatrice di prim’ordine come la pubblicitaria Annamaria Testa, fa notare su Repubblica che la moda del disfattismo – la “porca rogna dell’autodenigrazione” di cui parlava Gadda – facendo leva su emozioni primarie come rabbia, paura e disgusto, dissolve ogni responsabilità individuale nello stigma collettivo.
E così un killer paranoico può diventare Robin Hood. (13 apr)