Da più di cinquant’anni parte della sinistra si è adagiata su un equivoco di fondo, quello di pensare, e sperare, che la magistratura potesse essere la longa manus della propria parte politica. È avvenuto a partire dagli anni Settanta quando la tutela dell’ambiente, privo di qualsiasi legge specifica, è stata affidata ai famosi «pretori d’assalto». La supplenza è proseguita con il terrorismo, quando le scelte più difficili sono state fatte dalle singole procure. Negli anni Novanta è scoppiata Mani Pulite che ha travolto un intero sistema politico e permesso a qualche magistrato di costruire la propria carriera politica. Poi sono arrivati gli anni di Berlusconi e il corto circuito è stato totale. Da una parte la vergogna delle leggi fatte per una persona, dall’altra la convinzione che potesse essere la magistratura, e non la politica, a sconfiggere l’avversario.
Questa impietosa denuncia del rapporto malsano tra poteri dello Stato si deve – e qui sta la novità – a un uomo convintamente di sinistra come Giuliano Pisapia, che lo scrive nel suo libro “Milano città aperta”.
La parola garantismo – secondo cui ogni persona deve essere considerata innocente fino alla pronuncia definitiva di colpevolezza – resta per Pisapia la base dello Stato di diritto. Ma non garantismo a senso unico, maglie larghe per gli amici e strette per i nemici. La giustizia che Pisapia sogna è fatta di giudici autorevoli che parlano solo con le sentenze. E la politica che lui ha in mente è fatta di politici che trovano mediazioni alte e soluzioni praticabili in nome dell’interesse generale. E’ un vasto programma, che va ben oltre i confini Milano. (17 – apr)