Ankara, 25 ott – Nessuna buona notizia dal fronte mediorientale. Anzi, la situazione, sebbene in continua evoluzione, rischia di precipitare. In nottata un nuovo attacco, condotto dai ribelli curdi del Pkk, è stato respinto. L’obiettivo dei ribelli era una caserma di gendarmi turchi, ma l’assalto, durato diverse ore, si è concluso con una ritirata. Una soluzione non certo indolore: la guerriglia infatti, avrebbe causato un numero imprecisato di morti e feriti. Ankara, per adesso, prosegue sulla via diplomatica, ma si muove su più fronti: tenta di persuadere gli americani per un’azione congiunta anti-Pkk e, nel contempo, prepara operazioni di rastrellamento e messa in sicurezza, appoggiate dall’aviazione. Non a caso, diversi F-16 sono stati visti decollare carichi di bombe dalla base di Diyarbakir verso il confine iracheno. Una decisione eloquente: il suono sinistro dei caccia è in pratica un via libera alle forze armate per colpire le basi Pkk nel Kurdistan iracheno. Il limite di sopportazione, del resto, è ai minimi storici. Lo stesso presidente turco Abdullah Gul non usa mezzi termini: “La Turchia sta perdendo la pazienza. Siamo assolutamente determinati nel porre fine a questa minaccia. Rispettiamo l’integrità territoriale – ha precisato il Capo di Stato – ma non tollereremo che il suolo iracheno sia utilizzato come base per attività terroristiche”. Traduzione: l’esercito, sarebbe pronto ad ogni soluzione, comprese quelle più estreme. Il premier turco Tayyip Erdogan, invece, invita nuovamente gli Usa ad un azione congiunta “per liquidare i campi Pkk” appellandosi alla relazione strategica fra i due paesi, entrambi membri Nato. “Gli Usa devono muoversi con noi – ha affermato – per interrompere definitivamente le attività dei campi Pkk in Nord Iraq, usati dai ribelli curdi come base e rifugio per compiere azioni armate in Turchia”. Alleati, dunque, ma sino a un certo punto: Washington invita a non sferrare offensiva, ma la Turchia risponde picche. “Ankara – conclude Erdogan – deciderà da sola se sferrare o meno un attacco contro la guerriglia curda in Iraq. Gli americani possono anche opporsi a questa operazione oltre confine, ma l’ultima parola spetta a noi”. E la regione resta con il fiato sospeso.
(Cam)