“Se invito a casa un amico e vedo che si porta via l’argenteria, non aspetto la sentenza passata in giudicato per non invitarlo più a pranzo”. Così, ai tempi di Tangentopoli, Piercamillo Davigo cercava di spiegare che la pubblica amministrazione doveva trovare il modo per liberarsi di ladri e corrotti senza far passare gli anni in attesa della Cassazione o della prescrizione.
Pare che questo modo non sia stato ancora trovato se sabato l’ex magistrato antimafia Alfonso Sabella, da 6 mesi assessore alla legalità del Comune di Roma, ha detto a Repubblica di aver scoperto molte carte false e molte porcherie, ma senza poter intervenire: “Quando mi accorgo che un dirigente è corrotto – ha detto – non posso fare nulla, lo deve tenere, ed è arduo persino trasferirlo”.
In attesa che si arrivi al terzo grado di giudizio, tutti i burocrati indagati per Mafia Capitale sono dunque ancora dirigenti del Comune di Roma.
Dice Sabella che sarebbe già un importante passo avanti se a chi finisce in carcere si potesse almeno sospendere lo stipendio.
Tra i giuristi c’è chi non condivide la posizione di Sabella, la giudica arrendevole e ricorda che l’anno scorso sono stati licenziati in Italia 220 dipendenti pubblici . Poi però si scopre che quasi tutti i licenziati hanno pagato per le assenze ingiustificate, le offese ai superiori e altre infrazioni disciplinari. Non certo per peculato, concussione, abuso d’ufficio.
Che nella legge qualcosa non funzioni è peraltro dimostrato dal fatto che Giancarlo Galan, che ha patteggiato una pena di 2 anni e 10 mesi per le tangenti del Mose, non solo ha conservato le sue prerogativa di parlamentare ma il 15 luglio tornerà a presiedere la commissione cultura della Camera. La commissione cultura! (9 giu)
