(22 settembre 2015) Per capire cosa ci sta succedendo e perché, occorre tener presente che alle porte d’Europa, dalle propaggini del Sahara all’Asia Centrale, passando per l’Europa Orientale, il Caucaso e la Penisola Arabica, di fatto non esiste oggi stato che non sia coinvolto in guerre o in operazioni di guerra. E’ sufficiente gettare uno sguardo sulle mappe che documentano in tempo reale l’impegno dello spazio aereo, come il sito flightradar24, per avere una rappresentazione dei conflitti in corso: i cieli di Siria, Libia, Ucraina appaiono come spazi vuoti, evitati con cura dai voli di linea e commerciali. Nel quinto rapporto sui conflitti dimenticati, curato dalla Caritas e pubblicato dal Mulino con il titolo “Cibo di guerra”, si elencano 177 crisi violente, 25 guerre limitate e 21 guerre. Spicca, in questo panorama, la peggiore crisi umanitaria dai tempi della seconda guerra mondiale, ovvero il conflitto siriano, che in 5 anni ha provocato più di 220 mila morti e oltre 3 milioni di sfollati e rifugiati.
Il rapporto definisce imperdonabile l’incapacità dei grandi paesi di trovare soluzioni condivise rispetto a questa tragedia.
Così come è inspiegabile il silenzio che circonda la Somalia. Ogni carretta del mare ha il suo carico di somali, ogni naufragio ha il suo triste bilancio di vittime sonale, ogni paese del mondo ha ormai la sua quota di rifugiati somali. Continua così da 24 anni, ossia da quando è iniziata l’infinita guerra civile. La nostra ex colonia è una delle culle dell’estremismo islamico, ha una storia che si intreccia fortemente con quella italiana, ma non se ne parla.
Naturalmente non ci sono interventi diplomatici, politici o militari immediatamente risolutivi. Ma certamente è stata poco lungimirante la riduzione dei fondi per la cooperazione allo sviluppo, che – se mirati e ben gestiti – sono un investimento produttivo sia per chi li dà sia per chi li riceve.
In assenza di sguardo lungo della politica, resta l’impegno straordinariamente generoso ed efficace del volontariato: l’anno scorso nei centri di ascolto in 155 diocesi sono transitate 170 mila persone, di 154 diverse nazionalità.