Quasi vent’anni fa, nella primavera del 1996, in Svezia vennero ritirate quasi 5.000 carte di credito in dotazione ai “bramini” della politica. Per tutti l’accusa era di averle utilizzate per regolare i propri conti privati. Il caso più clamoroso fu quello della socialdemocratica Mona Sahlin che, avendo usato la carta di credito ufficiale per acquisti privati, venne “squalificata” quando era a un passo dalla nomina a premier.
Per la Svezia fu uno choc scoprire che ministri e presidenti di grandi aziende statali, sindaci e assessori utilizzavano danaro pubblico per giocare al casinò, rifarsi il guardaroba o acquistare gioielli. Dapprima incredula, l’opinione pubblica reagì poi rabbiosamente e decine di persone furono costrette alle dimissioni, qualcuno finì agli arresti e il mito della diversità dell’etica pubblica nordeuropea subì un duro colpo.
Disposti a perdonare molte e forse troppe cose, come i grandi furti e i grandi ladri, sull’uso improprio della carte di credito anche gli italiani – come gli svedesi – non transigono. Negli ultimi anni un’intera generazione di politici è stata falcidiata dagli avvisi di garanzia per micro spese non autorizzate e scontrini non convincenti. Un pranzo o una cravatta, una collezione di Diabolik o un paio di calzini, una notte in albergo o un regalo di Natale, sono costati la carriera e la reputazione a centinaia di amministratori regionali, provinciali, comunali.
Doveva saperlo, Ignazio Marino, che con gli scontrini non si scherza. Che non basta aver tentato di far lavorare i fannulloni, intaccato l’impero economico dei malavitosi, aver chiuso le discariche e pedonalizzato il centro, raggiunto Berlino nella raccolta differenziata, pubblicato bandi di gara per effettuare le nomine e portato in città qualche diritto civile in più. Tutto questo non basta, quando si dicono bugie sugli scontrini. Peccato, soprattutto per chi lo aveva votato.
(9 ott – 2015)