(27 ottobre 2015) Se, come sostiene il sottosegretario Enrico Zanetti, la politica fiscale la fa il governo e il direttore dell’Agenzia delle entrate si adegua ed esegue, altrimenti è libero di andarsene, allora Rossella Orlandi è la donna sbagliata nel posto sbagliato.
Zitti e pedalare – per citare ancora Zanetti – non è il motto che si addice a una signora che non ha mai nascosto di saper pensare con la propria testa, e che anche per questo si è vista consegnare le chiavi della cassa comune. E’ l’incarico forse più delicato nell’amministrazione dello Stato. L’anno scorso l’Agenzia delle entrate ha gestito 233 milioni di pagamenti con il modello F24 assicurando al Tesoro un incasso di 570 miliardi. Ha recuperato 14 miliardi di evasione fiscale. Ha rimborsato a tre milioni di contribuenti 13 miliardi di euro.
Difficile farlo solo tacendo e pedalando. E infatti la dottoressa Orlandi – nominata da Renzi al posto di Attilio Befera nel giugno dell’anno scorso – in questo anno e mezzo ha parlato ogni volta che le è stato chiesto di farlo. Alla prima audizione parlamentare, alla fine di luglio dello scorso anno, disse che essendo l’Italia un paese cattolico, chi evade poi si aspetta l’assoluzione e quindi un condono, mentre invece servirebbe certezza della pena. Alla vigilia di Natale – quando Renzi annunciò che un’evasione inferiore al 3%: del fatturato non sarebbe stata considerata un reato – lei fu tra i critici più energici, e quella norma sparì.
Quindici giorni fa disse che la mancata riforma del catasto era un’occasione persa e quando fu resa nota la legge di stabilità fece sapere che considerava un errore il via libera al contante fino a tremila euro.
Non esattamente il funzionario uso a obbedir tacendo. Per questo c’è chi la vuole licenziare.
