Se non ci fossero la Svimez e i suoi rapporti, del Sud si parlerebbe poco o nulla. Nel Sud d’altronde – a differenza che a Torino, Milano e Roma – non ci sono quotidiani a diffusione nazionale, non c’è il cuore o il cervello di una grande rete televisiva, non ci sono insomma gli strumenti per proporre al resto del Paese un punto di vista geolocalizzato. Un punto di vista meridionale.
E dunque quando due o tre volte l’anno con i suoi documentati rapporti e l’anticipazione dei rapporti e l’aggiornamento dei rapporti parla la Svimez – cioè l’Associazione per lo sviluppo dell’Industria nel mezzogiorno – la congiura del silenzio come per incanto si interrompe e tutti – politici imprenditori e giornalisti – scoprono il dramma del Sud, che poi sarebbe il dramma del sistema Paese, e se ne dolgono.
E’ successo anche ieri. La Svimez ci ha detto in sostanza che sì, nel Sud quest’anno dopo sette anni ci sarà un timidissimo incremento del Pil, +0,1%, ma questo non farà che accentuare il divario con il Nord, che crescerà ovviamente di più. Ci ha detto che aumentano le diseguaglianze di reddito. La crisi iniziata nel 2008 lascia in eredità un vero e proprio tracollo occupazionale con 576mila posti persi nel solo Mezzogiorno rispetto agli 811mila complessivi spariti in Italia. C’è una timida ripresa occupazionale nei settori agricolo e terziario anche se la disoccupazione nel Sud resta al 20,2% contro il 12,1% nazionale.
La Svimez chiede l’esonero dal pagamento dei contributi INPS per i nuovi assunti, misure di contrasto alla povertà nelle famiglie,investimenti nell’energia geotermica, una Zona Economica Speciale nel porto di Gioia Tauro.
Ma – come ha notato il direttore del Censis Giuseppe Roma – se la criminalità gelatinosa ti obbliga a utilizzare un determinato fornitore di calcestruzzo, una certa catena di supermercati e solo la mano d’opera che ti viene “consigliata”, nessuno sviluppo sarà mai possibile.