Sono un paio d’anni che Fabrizio Barca predica la necessità che i destini e gli uomini del Partito Democratico – come di qualsiasi altro partito – non coincidano con i destini e gli uomini del governo. Sta però succedendo il contrario. E così tra l’altro si spiega anche perché Barca, nonostante lodi e incoraggiamenti, sia scomparso dai radar.
Sulla questione torna un libro di cui a sinistra si sta molto discutendo. Si intitola “A fattor comune”, lo ha scritto Massimiliano Smeriglio e lo ha pubblicato l’editrice Bordeaux.
Sostiene Smeriglio – ex deputato di Sel e ora vice-presidente del Lazio – che stiamo assistendo alla degenerazione del vecchio vizio della sinistra, leninista o riformista che sia, di far coincidere il partito con lo Stato, occupando per questa via tutte le leve del comando. Con Renzi saremmo anzi un passo oltre, perché non il partito ma una sua parte si è fatta non Stato ma governo, mollando tutto quello che non riteneva utile.
Lo Stato – scrive Smeriglio – appare come una bad company, un corpaccione inquinato di cui liberarsi in fretta. Irriformabile. Contano solo le cose che fa Renzi, il resto è abbandonato a se stesso. Regioni, comuni, dipendenti pubblici, aeroporti, treni, Mezzogiorno, persino Ministeri e Giubilei: tutto lasciato un po’ al caso, perché non immediatamente traducibile in consenso.
Il giudizio è opinabile. Ma tocca nervi scoperti (perché la deriva dello Stato è sotto gli occhi di tutti) e incrocia l’insofferenza dei cosiddetti corpi intermedi, a cominciare dai sindacati.
E’ un disagio che a sinistra sembra destinato a trovare rapidamente una nuova rappresentanza. Sabato 7 novembre (anniversario della Rivoluzione d’Ottobre) al teatro Quirino di Roma c’è stata la prima uscita pubblica di un gruppo che comprende dieci senatori e una trentina di deputati, e che va da Sel a Fassina ad altri ex Pd. L’Unità dice che sarà una cosetta rossa, Renzi parla di “delirio ideologico”, sondaggisti e osservatori non si pronunciano.