Ha fatto fatica a ritagliarsi uno spazio in prima pagina la carneficina di Tunisi, con l’attacco kamikaze agli agenti del reparto d’elite responsabile della sicurezza del capo dello Stato. E’ la terza strage di matrice jihadista dopo quella al museo del Bardo del 18 marzo e quella sulla spiaggia di Port El Kantaoui del 26 giugno.
Eppure è in Tunisia che si gioca una delle partite decisive per il futuro del vicino Oriente e per gli equilibri dell’area mediterranea. Una partita che dunque, come quella libica, ci riguarda da vicino.
La Tunisia contemporanea – dove si può vedere cos’è l’Islam moderato e inclusivo – è una “Repubblica sospesa”: così la definisce lo storico Stefano Maria Torelli in un saggio pubblicato in questi giorni dal Mulino. Sospesa tra Islam e secolarismo, tra la voglia di manifestare la propria fede e quella di tenere separate religione e politica. Sospesa tra un processo di democratizzazione più volte annunciato ma ancora non concluso, e una tendenza all’autoritarismo e alla repressione ancora non del tutto estirpata. Sospesa tra una tradizione arabo-africana e quella dei valori occidentali importati dalla Francia. Sospesa tra le folle di giovani che scendono in piazza per la “rivoluzione della dignità e della libertà” e quei 3 mila giovanissimi che vanno a combattere in nome di un’ideologia oscurantista e totalitaria come quella del sedicente califfato. Sospesa tra una classe politica espressione dei vecchi poteri e una società civile dinamica, attiva e impegnata a costruire una Tunisia democratica.
Questa volta si può dire: è uno scontro di civiltà, quello che si combatte sull’altra sponda del canale di Sicilia. Torelli osserva che la comparsa del terrorismo jihadista indica, paradossalmente, che la Tunisia è sulla buona strada. Lasciarla sola sarebbe un tragico errore, l’ultimo di una lunga serie.