Roma, 26 nov – Era il 6 dicembre 1907 quando nel West Virginia, nel cuore minerario degli Stati Uniti, alle 10 e 30 del mattino, una violenta esplosione fece crollare le principali vene della miniera più importante della contea. Un misto di polvere di carbone e gas trasformano in pochi secondi i due tunnel in una camera ardente. In quest’orribile deflagazione persero la vita 361 minatori, 171 dei quali italiani. Fu un vero e proprio terremoto che scosse la terra, divorando centinaia di vite umane, molte delle quali giacciono ancora senza un nome nelle viscere del paese. In occasione del centenario della tragedia alla Farnesina è stato presentato il libro “Monongah 1907. Una tragedia dimenticata”, a cura di Norberto Lombardi. Nella tragedia di Monongah morirono anche 85 cittadini americani, 103 tra polacchi e russi. Senza dimenticare quell’errore umano che l’8 agosto 1956, nella miniera di Marcinelle, in Belgio, provocò la morte di 262 persone, 136 delle quali italiane, quella del Monongah è un dramma ancora attuale, un lutto che si trascina la storia e che è diventato l’icona del sacrificio dei nostri emigrati. Ad oggi la maggior parte dei caduti non ha ancora un nome, a causa dell’altissimo numero di minatori non registrati sui quali da anni indagano i ricercatori. Alla luce di alcune scoperte recenti sembra che gli italiani morti in quella miniera fossero molti di più (forse addirittura 500) dei 171 fin qui rinvenuti. Come ha ricordato il viceministro degli Esteri Franco Danieli “questa non è stata una giornata di semplice commemorazione, abbiamo dimostrato di voler infrangere il muro dell’oblio, attualizzando quella tragedia, quei morti e quel dolore”. Danieli ha spiegato infatti che il tema dei caduti sul lavoro, a un secolo di distanza da quella sciagura, “è ancora tristemente attuale”. Nel mondo, ma anche in Italia la negazione dei diritti umani fondamentali e lo sfruttamento del lavoro minorile sono ancora profondamente radicati, a partire dalla recente esplosione della miniera in Ucraina, passando per quei 6.000 profughi abbandonati al loro destino nelle gelide acque del Mediterraneo, per finire con i lavoratori immigrati che raccolgono i pomodori durante la stagione estive nel nostro paese e ai quali non è riconosciuto alcun diritto. (SEGUE)