(21 dicembre 2015) C’è anche una grande questione energetica tra le ragioni dell’offensiva che il governo italiano sta conducendo in questi giorni contro la leadership tedesca dell’Unione Europa. L’accordo tra la russa Gazprom e un gruppo di compagnie tedesche, francesi, austriache e britanniche, ma non italiane, per il raddoppio del gasdotto baltico Nord Stream, si è trasformato in un fattore di forte tensione politica, alimentato dalla crisi ucraina e dalle sanzioni contro Mosca.
In caso di realizzazione del gasdotto, infatti, l’Italia vedrebbe passare quasi il 50% delle sue forniture estere di gas (con i relativi costi di transito) per il territorio di un concorrente commerciale come la Germania. Va ricordato che l’Italia è il secondo importatore di gas naturale russo dell’Unione europea, alle spalle proprio della Germania. Il gas russo alimenta una fetta significativa della produzione elettrica italiana.
Gli interessi italiani sarebbero stati tutelati assai meglio se fosse andato in porto il progetto alternativo South Stream, il gasdotto che sarebbe dovuto arrivare fino all’Italia attraverso il canale di Otranto e a cui Mosca ha invece dovuto rinunciare principalmente a causa degli ostacoli frapposti dalla Commissione europea. L’Eni era uno dei maggiori azionisti e Saipem aveva vinto la gara per realizzare la tratta sotto il Mar Nero: ma il contratto è stato stracciato di punto in bianco da Gazprom quando i tubi erano già pronti per essere assemblati.
Come osserva Nicolò Sartori, responsabile del programma energia dell’Istituto Affari Internazionali, per un Paese manifatturiero come l’Italia, la dipendenza economico-industriale dal gas naturale – in particolare da quello russo – può diventare eccessivamente onerosa in assenza di un percorso meridionale sicuro e competitivo per le importazioni. Questo – insieme ai problemi legati all’immigrazione – è ciò che sta mettendo Renzi in rotta di collisione con Frau Merkel.
