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Monti e Calabresi in scena “Nudi e crudi”

it@withub.it by it@withub.it
22 Gennaio 2016
in Archivio speciali - Teatro
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MARIA AMELIA MONTI E PAOLO CALABRESI “NUDI E CRUDI”

Sarà in scena al Teatro Ambra Jovinelli di Roma dal 28 gennaio al 7 febbraio, l’irresistibile coppia formata da Maria Amelia Monti e Paolo Calabresi, protagonista di “Nudi e crudi” di Alan Bennett, traduzione e adattamento teatrale di Edoardo Erba; con Nicola Sorrenti. Regia di Serena Sinigaglia. Che succederebbe se, tornando a casa dopo una serata a teatro, trovaste il vostro appartamento completamente vuoto, svaligiato da ladri che non hanno lasciato né un interruttore, né un rubinetto, né la moquette sul pavimento? Ai signori Ransome – due impeccabili coniugi inglesi – capita proprio questo, e la loro vita tranquilla e ripetitiva viene completamente sconvolta. Però la reazione dei due è diversa: lui si incupisce e si arrabbia sempre più, lei prova un senso di sollievo e quasi di liberazione. E mentre il gioco dei caratteri, esasperato da visite inattese, diventa sempre più esilarante, il mistero del furto trova un’imprevista soluzione. Tratta dal romanzo di successo di Alan Bennett, Nudi e crudi è una commedia spumeggiante, piena di umorismo e ironia che sa fare un ritratto impietoso e indimenticabile della vita di una coppia di mezza età. Magistralmente scritta per il teatro da Edoardo Erba, superbamente interpretata da Maria Amelia Monti e Paolo Calabresi, e diretta con estro da Serena Sinigaglia, Nudi e crudi diverte senza ricalcare vecchi schemi e rivela più di ogni altra opera il genio comico di Alan Bennett.  “Gli incontri inaspettati sono il sale delle nostre vite e dunque del teatro, che ne è lo specchio fedele (quando è buon teatro, naturalmente!). Nel caso di Alan Bennett si va sul sicuro, il drammaturgo inglese è una garanzia. Nudi e crudi è un testo dove, sul filo di un’ironia mai scontata o volgare, Bennett affronta il tema della relazione uomo-donna. La sua delicatezza nel suggerirci quanto sia difficile amare e soprattutto durare nella passione e nel rispetto, è struggente e profonda” scrive la regista Serena Sinigaglia nelle sue note di regia. “Ci vogliono due grandi attori, capaci di “leggerezza”, di calviniana memoria, che sappia toccare corde emotive senza mai risultare retorica o banale. Si sorride ai guai di Mr e Mrs Ransome, ma in fondo ci si commuove. Siamo tutti quanti così simili al bisogno (a tratti grottesco e paradossale) dei due coniugi, di sentirsi vivi e felici nonostante lo scorrere inesorabile del tempo, della noia, della routine che ammazza. Maria Amelia Monti e Paolo Calabresi sono proprio quel genere di attori. Capaci di farti sorridere e commuovere insieme. Due grandi attori, con un’esperienza importante alle spalle. È la prima volta che lavoriamo assieme. È un incontro veramente insolito. Proveniamo da strade e storie diverse. Quando ho saputo che erano loro i due interpreti, non ho avuto dubbi. La diversità che desidera incontrarsi è sempre fonte di grandi scoperte e nuove possibilità. In ultimo mi sento più forte e sicura ad avere Edoardo Erba al mio fianco per la traduzione e l’adattamento drammaturgico. Abbiamo già lavorato insieme in precedenza, trovandoci totalmente affini sul palco e nella visione delle cose. Sarà un bellissimo viaggio di sicuro, visto che già ha permesso a queste persone, così diverse e “ricche”, di incontrarsi e potersi scegliere”. Walter Mramor e a.ArtistiAssociati – storica impresa di produzione teatrale, tra le collaborazioni più importanti quella decennale con Gianrico Tedeschi, con Milva, con Zuzzurro&Gaspare, con Alessandro Benvenuti – riescono con Nudi e crudi a dar vita a un’operazione di qualità senza rinunciare al divertimento, mescolando le esperienze di due attori molto amati dal pubblico con una regia di alta classe e una scrittura scenica di prim’ordine. Dopo due trionfali stagioni con Angela Finocchiaro nella commedia La scena di Cristina Comencini,  Maria Amelia Monti – uno dei volti più noti della tivù (Finalmente soli con Gerry Scotti) e del teatro italiano (Tante belle cose di Edoardo Erba con Gianfelice Imparato) – vince una nuova sfida comica misurandosi col personaggio della perfetta moglie inglese, creato da Alan Bennett. Reduce da una serie di successi nei serial televisivi e nei film di maggior incasso, Paolo Calabresi (è protagonista della serie Rai Zio Gianni , dal 2008 una “iena” ufficiale de Le Iene su Italia 1, al cinema in Un Natale stupefacente, regia di Volfango De Biasi 2014)- che in Nudi e Crudi interpreta un indimenticabile marito – torna in teatro dopo due esaltanti stagioni a fianco di Lella Costa. Serena Sinigaglia – fondatrice del Teatro Ringhiera di Milano e regista di riferimento del Piccolo Teatro – affronta la sfida della commedia, immettendo nel lavoro il suo gusto visionario e la passione per la verità dei personaggi. Rappresentato come autore in Italia e all’estero, Edoardo Erba – che si è affermato negli ultimi anni anche come adattatore infilando una serie di successi – ottiene da Alan Bennett un’esclusiva che l’autore inglese non concede mai: tradurre in commedia un suo romanzo di successo. (PO / red)

VERONICA CRUCIANI FIRMA LA REGIA DI “DUE DONNE CHE BALLANO”

Dal 3 al 7 febbraio al Teatro India di Roma Veronica Cruciani firma la regia di “Due Donne che ballano” del catalano Josep Maria Benet i Jornet con protagoniste Maria Paiato e Arianna Scommegna. Una donna anziana e una giovane chiamata a farle da badante. Tutte e due schive, energiche, sarcastiche ed eroiche. Si odiano e si detestano perché sono simili, perché ognuna ha bisogno dell’altra, e, nella solitudine delle rispettive vite, sono l’una per l’altra l’unica presenza confortante. Consumano le ore che passano insieme beccandosi, pungendosi e confessando di sé quello che solo a un estraneo si riesce a confessare. Ballano come balla una nave in balìa delle onde. Ballano la danza dell’esistenza dura e difficile di chi porta dentro una sofferenza ma fuori esibisce una faticosa immagine di forza e autosufficienza. Ballano come una coppia estratta dal mazzo della casualità, quando nelle balere due sconosciuti si trovano a ballare insieme. E per questo ballo non ci sono cavalieri, non ci sono uomini possibili, non ci sono mariti, padri o figli ad accompagnarle. Ma solo due donne che ballano. Avrebbero potuto non incontrarsi mai e continuare a ballare da sole come hanno sempre fatto, e invece per loro fortuna il sollievo della coppia finalmente addolcisce un po’ la fatica.  “Il personaggio di Maria Paiato è quello di una vecchia signora appassionata di giornalini mentre Arianna Scommegna interpreta una giovane insegnante di lettere appassionata di libri. – commenta Veronica Cruciani – La prima usa il linguaggio dei sentimenti e della memoria mentre l’altra si esprime con brevi monosillabi. Lo scontro tra queste due donne avviene nel tentativo reciproco di conoscersi e il cuore della pièce è proprio in come si costruisce il rapporto tra di loro. Il lavoro che abbiamo fatto è quello tra arte attoriale e parola drammaturgica. Ci siamo misurati con questo testo cercando di mostrarne l’energia e di esaltarlo, e le attrici sono state obbligate a una verità e una compostezza che spero conferirà a questo lavoro la forza di un classico”. Una piccola storia come tante che accadono nei grandi condomini di qualsiasi città, un microcosmo, un ecosistema esistenziale, che attraverso la scrittura di Josep Maria Benet i Jornet diventa un modo gentile, amaro e profondamente ironico di raccontare un’intera società, in cui le persone difficili e scomode sono estromesse e confinate ai margini, ad affrontare in solitudine la pista da ballo del proprio destino. Josep Maria Benet i Jornet, classe 1940, è considerato uno dei massimi autori del teatro spagnolo contemporaneo e il padre del teatro catalano. Vincitore di un ragguardevole numero di premi e riconoscimenti, ha influenzato almeno due generazioni di autori in lingua catalana. Le sue opere – per il teatro oltre quaranta – sono state tradotte, pubblicate e messe in scena in diverse lingue in tutta Europa, negli Stati Uniti e in molti Paesi dell’America Latina. Ha anche scritto le prime serie della televisione in lingua catalana. I suoi lavori teatrali, incentrati all’esordio sul rapporto tra individuo e società, pongono successivamente l’accento su tematiche più esistenziali. Una curiosità che lega la sua biografia a questo testo è la sua grande passione per i fumetti del passato, di cui possiede una ricca collezione, passione che condivide con la più anziana delle “due donne che ballano”. (PO / red)

BEPPE SEVERGNINI PRESENTA “LA VITA E’ UN VIAGGIO”

Andrà in scena  dal 29 al 31 gennaio al Teatro Vittoria di Roma “La vita è un viaggio” di Beppe Severgnini con Beppe Severgnini e Marta Isabella Rizi. Musiche originali di Kiss & Drive, regia Francesco Brandi, produzione Mismaonda. Liberamente tratto dai libri di Beppe Severgnini Italiani di domani (Rizzoli 2012, BestBur 2014) e La vita è un viaggio (Rizzoli 2014) lo spettacolo vede protagonisti due viaggiatori, un professionista cinquantenne (Severgnini) e un’attrice ventottenne (Rizi). I due si incontrano per caso nell’aeroporto di Lisbona, dove restano bloccati tutta una notte in seguito alla cancellazione dei voli. Non si conoscono. L’aeroporto è deserto. All’inizio si studiano, forse diffidano l’uno dell’altra. Entrambi a un bivio della loro vita, devono prendere decisioni fondamentali sul futuro. Lui è sarcastico e paternalista, a tratti pedante. Lei ingenua, esasperata, stanca dell’Italia e dell’Europa che s’appresta a lasciare per trasferirsi in Brasile. Lui spiega, lei ascolta. Lei chiede, lui risponde. Lui consiglia, lei sbuffa. Poi l’intimità forzata cambia i rapporti. Lentamente i due viaggiatori notturni capiscono di potersi aiutare a vicenda. Cominciano ad ascoltare, non solo a parlare. Ragionano di talento e tenacia, tempismo e tenerezza, paternità e incoraggiamento. Discutono di libri, film e canzoni, ricordando i personaggi, le parole e le storie, e cosa hanno significato per loro. Scoprono che aver paura – nella vita privata, nel lavoro – è inevitabile. Riflettono su brevità e precisione, qualità indispensabili in questi tempi affollati, e dell’importanza di trovare guide e punti di riferimento. Il tempo scorre, la notte passa. Finché arriva l’alba, l’aeroporto riapre. È il momento di partire: ognuno per la propria destinazione, forse diversa da quella che aveva immaginato. Una notte cambia molte cose, a tutte le età. C’è una terza persona sul palcoscenico, un’altra viaggiatrice bloccata in aeroporto: Elisabetta Spada, in arte Kiss & Drive. La giovane donna, attenta e silenziosa, riempirà l’attesa con la sua chitarra e le sue canzoni. Una punteggiatura musicale al sorprendente racconto che si svolge davanti ai suoi occhi, e a quelli del pubblico. Marta Isabella Rizi è condirettrice artistica della compagnia teatrale “Flying Cloud”. Formatasi all’accademia di Londra East15, recita tra l’Italia e l’Inghilterra. Beppe Severgnini è editorialista del “Corriere della Sera” e opinion writer per “The New York Times”. Autore di 15 libri, esordisce come autore teatrale e attore con “La vita è un viaggio”. È la prima volta che un giornalista italiano in attività porta sul palcoscenico un personaggio. (PO / red)

 

“TRILOGIA DEL GIOCO” DEI MANIACI D’AMORE IN SCENA ALL’OROLOGIO

Nell’ambito dei percorsi monografici della stagione Cambiamento Reale 2015 – 2016 del Teatro dell’Orologio di Roma (via dei Filippini, 17 / A – 00186), va in scena la “Trilogia del Gioco”, della compagnia Maniaci d’Amore, che si apre con lo spettacolo “Il nostro amore schifo”, di e con Francesco d’Amore e Luciana Maniaci, per la regia di Roberto Tarasco, da venerdì 29 a domenica 31 gennaio, continua con “Biografia della peste”, dal 2 al 4 febbraio, e si conclude con “Morsi a vuoto”, spettacolo inserito all’interno di Dominio Pubblico | Rassegna 2016, dal 5 al 7 febbraio.  “Il nostro amore schifo”, spettacolo rivelazione della compagnia, giunto a più di cento repliche, è un’indagine dissacrante sul sentimento intricato della gioventù, sezionato e fatto a pezzi da due figli del nostro tempo, ingenui e spietati. E’ uno spettacolo di parola, una storia di non-amore durata decenni e condensata nel giro di un’ora, tra picchi sublimi e cadute umilianti, nel tentativo di comporre la guida illustrata della prima esperienza sentimentale, letta come rito di passaggio obbligato prima di consacrarsi alla tiepidezza e alla stabilità dell’età adulta. In “Biografia della peste” un ragazzo viene investito da un’auto. Torna a casa per informare la madre di essere morto ma lei non gli permette di andare nell’Aldilà: “A casa nostra morti non ne abbiamo avuti mai!”. Intanto lo scandalo si diffonde nel paese in cui morire non è concesso. Lo spettacolo è un apologo sulla vita e sulla morte o esplicitazione di una scioccante e “radicale” pulsione alla fuga. Uno spettacolo psicotico e magico, una riflessione sull’individuo e sulla comunità, sulla parzialità dell’esistenza, sulla necessità di chiamare ogni cosa col proprio nome, sul coraggio e la follia. Ma soprattutto sulla voglia di cambiare, sempre e comunque. La voglia di immaginare un futuro migliore, ovunque sia. I “Morsi a vuoto” sono i morsi della fame, della coscienza, del rimpianto, del dubbio. Sono i nostri limiti, le nostre insoddisfazioni, gli impedimenti con cui siamo cresciuti. Simona è una ragazza che ride sempre, perché non ha niente da ridere. L’incontro con un uomo sconosciuto e violento le cambia la vita, perché con lui scoprirà un’emozione vera e senza riserve: la paura di morire. “Morsi a vuoto” è il racconto di una generazione cresciuta nel disincanto, nella volgarità e nell’ironia. Un’indagine criptata sull’atto stesso della scrittura e del teatro, come mezzo ostinato di ricerca dell’emozione. Una commedia cruda e grottesca che riflette sé stessa, un dramma che non resiste alla tentazione di ridursi a farsa. I Maniaci d’Amore sono Luciana Maniaci e Francesco d’Amore, attori e drammaturghi che da anni lavorano su testi propri, nell’ottica di rappresentare spietatamente, e con livido umorismo, realtà di relazione molto attuali con un linguaggio giovane e freschissimo. In breve sono diventati tra le più accreditate realtà emergenti nel panorama della nuova drammaturgia italiana. Lo spettacolo Il nostro amore schifo è diventato un cult con più di cento repliche in tutta Italia; il successivo Biografia della peste, Selezione Premio Scenario 2011 e vincitore del Premio di Drammaturgia Il Centro del Discorso, è stato protagonista al Festival delle Colline Torinesi, e nel 2013 è diventato un film, diretto da Andrea Tomaselli (Indyca Film). A giugno 2014 la nuova produzione Morsi a vuoto è stato prodotto dallo stesso Festival delle Colline Torinesi insieme al Festival Castel dei Mondi di Andria e ha conquistato il premio Scenari Pagani. Nel 2015 hanno vinto una menzione speciale al Premio Tuttoteatro.com Dante Cappelletti. Una raccolta con i loro primi tre testi, “La Trilogia del gioco”, è stata pubblicata dalla casa editrice Editoria&Spettacolo. A gennaio 2016 hanno debuttato con uno studio del nuovo spettacolo “La Crepanza” al Teatro Stabile di Torino.(PO /red)

“CAPINERA”, IL CAPOLAVORO DI VERGA RILETTO DA ROSY BONFIGLIO

Debutta in prima assoluta al Teatro Studio Uno (Sala Specchi, via Carlo della Rocca, 6 Roma) dal 28 al 31 gennaio  “Capinera” di e con Rosy Bonfiglio, ispirato al capolavoro Verghiano “Storia di una capinera” del 1869.  “Io sono meno di una donna, io sono una povera monaca, un cuore meschino per tutto ciò che oltrepassa i limiti del chiostro, e l’immensità di quest’orizzonte che le si schiude improvvisamente dinanzi l’acceca…”. E’ tra queste righe che Rosy Bonfiglio fa partire magicamente il cuore pulsante di una storia fuori tempo, eppure estremamente attuale, se non addirittura archetipica, decontestualizzata dalla tematica religiosa e dalla collocazione spazio-temporale verghiane. In scena la storia di una fanciulla, Maria, condannata alla monacazione da un destino familiare sfortunato. Non ancora compiuti i voti, durante l’epidemia di colèra che colpisce Catania alla fine del 1800, la giovane torna temporaneamente in campagna, dalla sua famiglia: pochi mesi per scoprire il mondo, la vita e la bellezza della libertà. Pochi mesi per conoscere dolorosamente l’amore per un uomo, esplosione assoluta di impulsi sconosciuti e ingestibili per una piccola anima fragile e digiuna di esperienze.  Maria, come una tragica Cenerentola sconta i soprusi di una matrigna gelida e indifferente, le debolezze di un padre troppo devoto alla moglie, le angherie di un destino che non perdona la libertà, piuttosto la condanna. Maria incarna perfettamente un conflitto da tipica eroina tragica, pagando con la vita il prezzo della dolorosa scoperta del senso critico, inteso come coscienza, sguardo personale sulla realtà. Come un piccolo Edipo al femminile, Maria si mette in viaggio, seppur inconsapevolmente, alla ricerca della propria verità, scontrandosi con l’inevitabile dualità dei sentimenti umani e con la difficoltà di appropriarsi di una giovinezza fino a quel momento castrata e mortificata. Questa messa in scena, come il romanzo di Verga, vuole essere un testamento emotivo di lettere e pensieri di una giovane ragazza, di una persona, un essere umano che buca le tenebre dell’ignoranza, un animo sensibile che, al di là delle problematiche etiche e religiose diventa simbolo della voglia di libertà, della scoperta, anche tragica, di se stessi, della donna, che di fronte ai muri insormontabili che la imprigionano, si fa aquilone, uccello, capinera. Adattamento e regia Rosy Bonfiglio, aiuto regia Giuliano Braga,  luci Michelangelo Vitullo, musica Angelo Vitaliano, progetto grafico Fabrizio Brandi. (PO /red)

 

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