“Forse è dal nazifascismo che in Italia non ci troviamo a che fare con un caso di torture come quello di Giulio. Solo che loro sono in guerra, ma Giulio era lì per fare il ricercatore. Non era un giornalista, non era una spia, era un ragazzo contemporaneo che studiava, anzi forse era una ragazzo del futuro se è vero che non è stato capito”. Il dolore dei genitori Regeni per la tragica morte di Giulio, e per le nubi che ancora si addensano sulla ricerca della verità, sbarca anche in Parlamento, da dove la mamma Paola lancia accuse e appelli con estrema lucidità. “Quello che è successo a Giulio – dice in Senato – non è un caso isolato: non è mica un caso di morbillo o di influenza che andava debellato, sono forse le idee di mio figlio che davano fastidio. Forse rispetto alla nostra storia Giulio è un caso isolato, ma non lo è rispetto ai casi di altri egiziani e non solo”. E infatti i dati riportati da Amnesty International sull’Egitto sono chiari: “Nel 2015 ci sono stati in Egitto 464 casi di sparizione forzata, 1676 casi di tortura 500 dei quali terminati con la morte; nei primi due mesi del 2016 ci sono stati 88 casi di tortura; altri due attivisti sono spariti al Cairo negli stessi giorni della sparizione di Giulio Regeni, entrambi ritrovati morti con segni di tortura, mentre la versione ufficiale del governo egiziano parla di uno scontro a fuoco tra bande criminali”.
IL VERTICE DEL 5 APRILE – Il 5 aprile è previsto un vertice tra ispettori di polizia italiani ed egiziani: “Noi ci aspettiamo- dice Paola Regeni – che se sarà una giornata vuota, il nostro governo dia una risposta forte, perché è dal giorno della scomparsa di Giulio che attendiamo una risposta”. E l’avvocato Alessandra Ballerini, legale dei coniugi Regeni, attacca: “Sappiamo che tutti i documenti tranne quelli d’identità non sono di Giulio, hanno detto che erano stati ritrovati 15 grammi di marijuana ma dal tossicologico sappiamo che Giulio era il ragazzo più pulito del mondo, purtroppo siamo davanti a un depistaggio. Stiamo nominando degli avvocati al Cairo, ci stiamo avvalendo in Italia della consulenza di Amnesty, stiamo chiedendo gli stessi elementi che ha chiesto la Procura: non pensiamo che il 5 aprile ci verrà consegnato il colpevole, vediamo chi verrà dal Cairo (nell’incontro previsto tra investigatori di polizia italiani ed egiziani, ndr). Non ci aspettiamo l’ultima parola ed è il motivo per cui vogliamo tenere alta l’attenzione perché è stata solo la mobilitazione del Paese che ha convinto l’Egitto a fare una parziale marcia indietro. La mobilitazione deve rimanere perché ci propineranno un altro depistaggio”.
LE RELAZIONI DIPLOMATICHE – Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti umani e organizzatore della conferenza stampa, avanza dei suggerimenti: “Bisogna considerare una revisione delle relazioni diplomatico-consolari tra il nostro Paese e l’Egitto e di richiamare l’ambasciatore per consultazioni, considerando l’urgenza e l’ineludibilità di atti concreti come quello che porterebbe l’Unità di crisi della Farnesina a dichiarare l’Egitto paese non sicuro sulla scorta di quanto accaduto a Giulio Regeni e sul numero di persone scomparse: un tale provvedimento avrebbe effetti non insignificante sui flussi turistici verso quel Paese”. (Sis – 29 mar)