Roma, 18 dic – Tra le opere restituite spiccano la Vibia Sabina, una statua in marmo paro del II ec. d.C., alta 204 centimetri, effige dell´imponente moglie dell´imperatore Adriano; lo splendido Cratere a calice, il più grande firmato dal pittore pestano Assteas, del 350-340 a.C. raffigurante il mito di Europa e il toro; il Trapezophoros in marmo asiatico dipinto, di 95 centimetri di altezza e 148 di lunghezza che mostra due grifi che sbranano una cerva: gruppo marmoreo spettacolare, un unicum di elevatissima qualità; l´Antefissa con sileno e menade danzanti in terracotta, del 500-475 a.C. Le figure, stanti su una base dipinta a motivi geometrici, muovono verso destra; la menade, con il chitone che conserva cospicue tracce di policromia e le nacchere in una mano, cerca di sottrarsi all´abbraccio del sileno, coronato d´edera, che da dietro l´abbranca per la spalla con la destra e nella sinistra regge un corno potorio; un Kantharos configurato a maschera dionisiaca, dell´Italia centro-meridionale, del 480 a.C. circa, attribuito al Pittore della Fonderia come ceramografo, e forse ad Euphronios come vasaio. Uno dei lati del vaso reca applicata una maschera di Dioniso, modellata a parte, l´altro una maschera di satiro. Tra gli anni 1970 e i primi anni 2000 molti bacini archeologici del nostro Paese sono stati depredati di incommensurabili ricchezze: seguendo percorsi clandestini e traffici illeciti i reperti ritrovati da scavatori clandestini venivano venduti a mercanti senza scrupoli e tramite questi finalmente ceduti a importanti musei europei, americani e giapponesi e anche a ricchi collezionisti privati.
(Grm)