Avellino, 7 gen – Gli Sbandieratori di Cava de’ Tirreni, i giochi di fuoco dei “MateriaViva”, la musica greca, africana, siciliana, calabrese, pugliese, lucana, napoletana e, naturalmente irpina: le sonorità mediterranee faranno da cornice all’antichissima Notte dei Falò, in programma a Nusco – uno dei cento borghi più belli d’Italia – sabato 12 gennaio. Ad arricchire l’evento dell’anno – che si ripete da quasi quattro secoli – sarà anche la cucina della tradizione, oltre ai tanti spettacoli – dai giocolieri ai mangiafuoco fino ai maestri dell’arte circense – che animeranno i vicoli dello splendido centro storico irpino. Protagonista sarà la musica del Mediterraneo. Attesa l’esibizione dall’Africa dei “KonKoBa”, gruppo di percussionisti tradizionali seneguineano, con i loro ritmi più autentici dell’universo delle tradizioni africane, che porteranno in scena una carrellata di ritmi dalla Guinea, dal Mali e dalla Casamance, in un suggestivo viaggio tra danze, canti e musiche. Porteranno invece la pizzica salentina gli “Arsura”, mentre dalla Calabria saranno di scena i “Vottafuoco”. La musica napoletana sarà rappresentata dal duo mandolino e chitarra, mentre la tarantella montemaranese di “Achille e il suo complesso” animerà i vicoli nuscani. E ancora, nel centro storico s’incontreranno gruppi provenienti dalla Sicilia, dalla Grecia, dalla Basilicata e da varie zone della Campania. Un vero e proprio viaggio, quindi, nella musica etnica del Mediterraneo, che farà da cornice al fuoco dei tanti falò che saranno accesi nel borgo. La Notte dei Falò nasce come rito propiziatorio nel XVII secolo. I primi falò venivano accesi per scacciare la peste, che nel 1656 solo a Nusco fece registrare ben 1200 vittime. In tutto il Regno di Napoli, alla fine del XVII secolo, veniva distribuito il pane di Sant’Antonio, preparato con la parte più pura del grasso di un maiale in tenera età. Si trattava di una sorta di unguento per curare l’infezione da Herpes Zoster, detto il “fuoco di Sant’Antonio”. I falò venivano quindi accesi per purificare i luoghi ma anche i corpi, invocando le virtù taumaturgiche di Sant’Antonio.
(Pap)