Roma, 31 gen – Nel suo messaggio il consiglio permanente della Cei stigmatizza le tendenze che si “servono” della vita: “Accade quando viene rivendicato il ‘diritto a un figlio’ a ogni costo, anche al prezzo di pesanti manipolazioni ‘eticamente’ inaccettabili”, “un figlio si desidera e si accoglie, non è una cosa su cui esercitare una sorta di diritto di generazione e proprietà”. E si invita le coppie che non riescono ad avere figli a considerare l’adozione e l’affidamento o a dedicarsi a “tante forme di donazione e servizio verso gli altri”. “Servire la vita – si aggiunge – significa non metterla a repentaglio sul posto di lavoro e sulla strada e amarla anche quando è scomoda e dolorosa, perché una vita è sempre e comunque degna in quanto tale. Ciò vale anche per chi è gravemente ammalato, per chi è anziano o a poco a poco perde lucidità e capacità fisiche: nessuno può arrogarsi il diritto di decidere quando una vita non merita più di essere vissuta. Deve, invece, crescere la capacità di accoglienza da parte delle famiglie stesse”. Arriva qui quindi l’affondo nel dibattito sull’eutanasia a scapito del dibattito sulle cure palliative, “vera soluzione rispettosa della dignità della persona, che ha diritto ad avviarsi alla morte senza soffrire e senza essere lasciata sola, amata come ai suoi inizi, aperta alla prospettiva della vita che non ha fine”. Il messaggio si conclude ringraziando “tutti coloro che scelgono liberamente di servire la vita”: responsabili delle istituzioni “che comprendono la fondamentale missione dei genitori”, “chi – ginecologo, ostetrica, infermiere – profonde il suo impegno per far nascere bambini”, i volontari “che si prodigano per rimuovere le cause che indurrebbero le donne al terribile passo dell’aborto”, le famiglie “che riescono a tenere con sé in casa gli anziani”, le badanti, i genitori, i religiosi, gli educatori e “i tanti adulti – non ultimi i nonni – che collaborano con i genitori nella crescita dei figli”.
(Grm)