Roma, 13 gen – “Il testo che va chiarito molto meglio”, “così com’è, rischia di creare molti più problemi di quanti ne risolva”. Lo afferma ad Avvenire Paolo Maria Rossini, docente di Neurologia all’Università Cattolica e direttore dell’area Neuroscienze al Policlinico Gemelli di Roma. “Occorre definire in modo molto preciso l’ambito di applicazione: si parla di patologie progressive e incurabili con breve sopravvivenza? O progressive ma a lentissima evoluzione, come Alzheimer o Parkinson? O non progressive, come i postumi di gravi traumi cranici? Senza chiarezza si rischia di fare una generalizzazione che apre porte e finestre a interpretazioni e applicazioni eticamente molto pericolose: penso a gravi depressi, anoressici e simili”. Secondo Rossini, se la legge entrasse in vigore domani, “Ci sarebbe il grave rischio che qualunque persona, affetta da qualsiasi patologia organica o mentale, potrebbe rifiutare approcci diagnostici e cure, di bere e mangiare e di essere nutrita per vie alternative. Analoga situazione si potrebbe avere per le migliaia di persone o per chi non in grado di esprimere un parere compiuto per le quali si pronuncerebbe chi si prende cura di loro, i caregivers”. Il neurologo sottolinea di temere che la legge non sia davvero al riparo da interpretazioni eutanasiche, come afferma chi l’ha redatta in quanto “Nell’attuale formulazione andrebbe anche oltre i confini già molto rischiosi definiti da Paesi e legislazioni assai permissive”. (red)