Roma, 26 apr – È uno dei grandi esploratori del Genoma: si chiama Piero Carninci e da 20 anni è in Giappone, unico straniero a occupare una posizione di dirigenza al Riken, il centro di ricerca numero 1 del Paese. È direttore della Divisione Tecnologie Applicate alla Genomica a Yokohama e ora è stato insignito – ancora una volta unico straniero – dell’onorificenza “ambasciatore di Mice”: acronimo di “Meeting, Incentive, Conference, Event”, la sigla raccoglie un gruppo di personalità, accademiche e industriali, reclutate per dare visibilità al Giappone nel mondo. E in una intervista a La Stampa spiega perché ha scelto il Giappone: “Avevo bisogno di stimoli. Dopo la laurea ho lavorato nell’area di ricerca Icgb di Trieste, dove ho preso dimestichezza con cromosomi e genomi. Poi la vita al di fuori del laboratorio era diventata insostenibile dal punto di vista economico e nel 1995, complice una fidanzata giapponese, partii e mi ritrovai al Riken, dove partiva il progetto genoma. Ha rappresentato il posto perfetto, perché volevo sviluppare nuove tecnologie per sequenziare il genoma. In particolare mi interessavo ai ‘full-length cDna’, le librerie di Dna complementare: si tratta di cloni di Dna che portano le informazioni durante la sintesi proteica in un preciso momento e di un preciso tipo cellulare”. Quando sono arrivati i frutti dei suoi studi? «Nel 2000 raccogliemmo un bel po’ di informazioni sulle librerie di Dna complementare di topo. E la sfida si aprì nell’immane tentativo di annotare i geni. Non si capiva nulla, era un caos in un mare di dati. Convocammo da tutto il mondo una cinquantina di bioinformatici nel tentativo di trovare capo e coda ai 60 mila Dna. Fu così che nacque il consorzio ‘Fantom’”. Qual è stato il traguardo successivo? “Era il 2005 e la nostra attenzione era volta all’insieme delle molecole di Rna nella cellula, il trascrittoma, di cui emersero nuove funzioni. Quei dati, sorprendenti, ci costrinsero a rivedere il dogma della biologia ‘un gene-un Rna-una proteina’, che fino a quel momento aveva spiegato come l’informazione nel Dna di una cellula venisse tradotta in proteina capace di svolgere una determinata funzione. I nostri dati, invece, propendevano per un’altra realtà, ‘un gene-molti Rna e a volte anche delle proteine’. Cioè un Rna che può essere codificante per una proteina o non codificante e a vere altre funzioni regolative. Fu difficile sciogliere lo scetticismo sull’Rna non codificante”.