Roma, 8 apr – Otto italiani su dieci considerano importante acquistare capi d’abbigliamento o calzature, ma quattro di questi hanno dovuto ridurre la spesa legata allo shopping, tre l’hanno mantenuta invariata e soltanto i rimanenti tre sono riusciti ad incrementarla. Sette persone su dieci, inoltre, considerano la qualità dell’abbigliamento prioritaria rispetto alla quantità ed al prezzo, e sei aspettano i saldi per mettere a segno gli acquisti più importanti della stagione. Questo l’identikit dei consumatori di abbigliamento e calzature, un comparto che in Italia muove ogni anno un giro d’affari di circa 70 miliardi di euro: lo stesso dato lo scorso anno ha fatto registrare un’impennata del 3% rispetto al triennio precedente, quando la spesa delle famiglie era aumentata solo dello 0,8% annuo. Il quadro, elaborato dalla Publica Res per la Fismo-Confesercenti, rivela che sono circa 180 mila in tutta Italia i negozi di questo comparto, e più precisamente 129.534 di abbigliamento, 27.675 di calzature e 24.040 di tessuti. Si tratta però di uno scenario in costante evoluzione, che negli anni ’90 ha subito una pesante emorragia di imprese (30.000 hanno chiuso i battenti) e di manodopera (60.000 occupati in meno) legata in buona parte alla drastica espansione della grande distribuzione, alla moltiplicazione di centri commerciali e soprattutto all’escalation degli outlet. Mentre i punti vendita tradizionali hanno cominciato a recuperare terreno dal 2000 in poi ad un ritmo di ripresa del 2 – 3% l’anno, il fenomeno dei Factory Outlet Center, strutture da 20 mila metri quadri e 100 punti vendita d’abbigliamento ciascuna, ha cominciato ad imporsi per intercettare la domanda ancora forte da parte delle famiglie a fronte di un ridotto potere d’acquisto.
(Cat/Sis)