Roma, 28 mag – C’è chi scrive libri sulla vita di Leonardo Da Vinci e sul suo “genio” tutto italiano, chi si abbuffa di tortellini, chi si cimenta in danze sulle note e le melodie dei ruggenti anni ’60. Chi parla, tra le lacrime, della sua nostalgia di casa e di quei 59 anni anni trascorsi lontano dalla propria terra d’origine. E’ questa l’emigrazione emiliano-romagnola di tanti anni fa, i cui protagonisti – 127 di questi, per la precisione – si sono riuniti a Cattolica per una sei giorni che avrà termine il 30 maggio. Un’emigrazione di cui i protagonisti, partiti tanti anni fa con il loro vestito migliore, hanno affrontato difficoltà ed ostacoli: adesso, grazie ad un’iniziativa annuale della Consulta regionale per l’emigrazione e degli emiliano-romagnoli nel mondo, possono tornare di tanto in tanto in patria. “All’inizio, a Stoccolma, ci soprannominavano ‘brill-crem’, ‘brillantina’, per indicare spregiativamente la nostra pettinatura, o ‘gjbs katt’, ‘gatti di gesso’, perché molti di noi vendevano statuette”, ha raccontato Adelmo Tosi, ingegnere meccanico e presidente dell’associazione emiliano-romagnola “Due Torri” di Stoccolma. “La condizione di emigrante – ha rivelato Pierluigi Rossi, dell’associazione emiliano-romagnola di Basilea – è cambiata come dalla ‘notte al giorno’. E posso assicurarvi che la notte era senza luna. Ho conosciuto famiglie in cui si viveva in dieci nella stessa stanza, pagando cento franchi – all’epoca, un’enormità – per ogni posto letto. In certi locali, inoltre, non era opportuno che entrassero italiani”. (SEGUE)