Roma, 6 apr – Alto l’interesse della giovane platea che ha subissato di domande l’attore, tra tutte ricorrenti i quesiti su come si faccia a prestare il volto a personaggi complicati e, a volte, oscuri: “Per me è fondamentale leggere – ha risposto D’Amore – considero il mio mestiere come quello dell’archeologo, capace di ridare luce alla bellezza sopita. L’interprete spolvera il personaggio, non si pone né davanti al ruolo né deve esserne schiacciato, cammina al fianco della storia, fa uscire fuori i colori di un’esistenza”. E di personaggi controversi ne ha interpretati tanti D’Amore, primo tra tutti il Ciro Di Marzio di ‘Gomorra – La Serie’: “Per quel ruolo mi sono ispirato all’Otello – ha confessato – il lavoro che ho fatto su Ciro è stato per sottrazione, si è fondato sul non detto, sugli sguardi, sui primi piani. Con Stefano Sollima volevamo costruire un militare, un uomo di azione, ma anche uno stratega. Il risultato è che Ciro sembra un personaggio uscito da una tragedia shakesperiana, è l’equivalente di Iago”. Un uomo nato nella melma, con un passato ingombrante e lo sguardo dritto, duro, affilato come una lama di coltello. È un lucido calcolatore con sprazzi di umanità: “Mi manca quel personaggio perché l’ho concepito come un mio simile che non ha avuto le mie stesse possibilità – ha aggiunto – ha visto il mondo come un grande avversario, come qualcuno che da quando sei nato ti dà contro, eppure ho scorto dei barlumi di bellezza, di umanità altissima anche in questa storia”. (SEGUE)