Roma, 26 giu – Narducci scrive che “oltre al made in Italy “light”, cioè la moda, il design, i film, che sono certamente prodotti di esportazione, ma che vengono sempre più fabbricati lontano dall’Italia, e la cui competitività nel medio periodo non è sostenibile, bisognerebbe tornare a valorizzare anche il made in Italy “heavy”, basato sulla conoscenza, sulla cultura scientifica, sulla tecnologia. Non dimentichiamo che il “marchio” Italia comprende anche Natta e i polimeri, Marconi e la radio, la Rai e i suoi programmi di anni fa, e così via…”. In questo senso gli Istituti Italiani di Cultura “spetta il compito di diffondere la conoscenza della lingua e della cultura italiana, anche in contatto con le imprese che vendono prodotti culturali; ma il mondo è cambiato, chiunque può andare su Internet e documentarsi, occorre concentrarsi su percorsi e strategie diverse. Gli IIC oltre ad essere “diffusori” di cultura devono essere anche “broadcaster” di cultura, sfruttando i mezzi tecnologici di oggi, e “concentratori” di cultura, organizzando anche contatti tra i nostri scienziati e il Paese ospitante, in modo da poter “drenare” cultura scientifica e tecnologica dall’estero verso l’Italia. Su questo versante occorre sottolineare che molto è stato fatto, e Viale non può ignorarlo: abbiamo una rete primaria di 90 Istituti di Cultura operante in 60 Paesi, ma abbiamo anche una rete secondaria di attività svolte da Ambasciate e Consolati che con pochi mezzi copre vaste aree geografiche come l’Asia e la zona del Golfo Persico, con il ricorso ai moderni mezzi di diffusione”.
(SEGUE)