Roma, 20 giu – “La stanza chiusa” è il secondo romanzo di Deborah Brizzi, che lavora realmente in polizia, dopo Ancora notte. Anche in questo libro la Brizzi si cimenta con un argomento forte e di grande attualità: gli abusi che quotidianamente subiscono le donne, abusi che spesso passano in silenzio. Lo sguardo della scrittrice è però qui molto più ampio. Il romanzo ha una trama complessa: le protagoniste non sono solamente Marta Pinto (la vittima che innesca l’indagine) e Norma Gigli, l’ispettrice. C’è un intero condominio di donne che vivono assieme e che hanno stretto un patto di solidarietà femminile, di aiuto e sostegno reciproco. A capo delle donne c’è Edda Vargas, una signora che ha potenti collegamenti con la polizia e che farà di tutto per tenere al sicuro la sua “famiglia allargata”. Il romanzo è ricco e corposo, polifonico, le storie di tutte le donne si mescolano, si intrecciano e si contaminano. Sono tutte donne che hanno, nel loro passato, subito violenza e che hanno trovato un modo, seppure poco ortodosso, di difendersi. La lettura è piacevole, il romanzo scorre nonostante la “mole”: probabilmente condensare e mettere a fuoco meno narrazioni parallele avrebbe evitato una certa dispersione di tensione e di pathos. La stanza chiusa è comunque un’opera godibile e piacevole, un noir che ci tiene incollati, ci fa sorridere, ci porta in una Milano che non conosciamo. Deborah Brizzi ci costringe a riflettere, se mai non lo facessimo, sulla condizione della donna nel nostro Paese, sugli abusi e sulle violenze, sul silenzio che da sempre avvolge tutto questo: bisogna farsi coraggio e denunciare, non vergognarsi e non colpevolizzarsi. (PO / red)