Roma, 21 giu – Per Sistema Produttivo Culturale e Creativo, lo studio intende tutte quelle attività economiche che producono beni e servizi culturali, ma anche tutte quelle attività che utilizzano la cultura come input per accrescere il valore simbolico dei prodotti, quindi la loro competitività (definiti creative-driven). Cinque i macro settori: industrie creative (architettura, comunicazione, design), industrie culturali propriamente dette (cinema, editoria, videogiochi, software, musica e stampa), patrimonio storico-artistico (musei, biblioteche, archivi, siti archeologici e monumenti storici), performing art e arti visive a cui si aggiungono le imprese creative-driven.
“Secondo un’indagine della rivista US News e dell’Università della Pennsylvania, siamo il primo Paese al mondo per la influenza culturale – ha sottolineato Ermete Realiacci – Si tratta di un primato legato anche alla nostra capacità di trasmettere cultura e bellezza nelle produzioni e al nostro soft-power. Proprio questo intreccio caratteristico dell’Italia, tra cultura e manifattura, coesione sociale e innovazione, competitività e sostenibilità, rappresenta un’eredità del passato ma anche una chiave per il futuro”.
E sull’interazione tra creatività e innovazione, tra scienza e cultura, si è soffermato Ivan Lo Bello, intravedendo nel perseguimento di questa unione una delle strade per affrontare le sfide future: “L’obiettivo del Rapporto – ha spiegato – è superare la convinzione che la cultura sia soprattutto qualcosa da conservare piuttosto che una componente dello sviluppo produttivo su cui puntare. Il mondo che affronteremo nei prossimi anni sarà guidato da una serie di trasformazioni radicali concentrate soprattutto nella sfera del lavoro e delle competenze. Mediamente, chi opera nel campo delle professioni culturali e creative possiede un più alto livello d’istruzione. Puntare sulla cultura e sulla creatività significa quindi puntare in alto, su competenze in grado di affrontare la stagione dell’Industria 4.0”. (SEGUE)