Roma, 24 lug – Il modello utilizzato dal team di ricercatori assimila ogni molecola reattiva a una particella, molto utilizzata nella fisica della materia, chiamata patchy. Questa è costituita da un corpo solido centrale di forma e volume simili a quelli della molecola reale, sulla cui superficie sono presenti siti (patch) che si legano ai siti analoghi di altre particelle, attraendole. Sono dunque i siti patchy su ciascuna particella che ne determinano in modo quasi unico le caratteristiche chimiche. “Si tratta – spiega Silvia Corezzi – di un modello minimalista, direttamente ispirato alla Natura, che gli studiosi già da tempo utilizzavano per simulare il comportamento di sistemi aggreganti, ma che risultava totalmente privo di capacità autocatalitica. Il nostro studio individua invece quale sia la chiave per generare, al computer come in laboratorio, particelle patchy autocatalitiche”. Si apre una nuova era nell’uso delle particelle patchy. Queste particelle permetteranno di studiare come sfruttare i processi di aggregazione autocatalitica delle molecole, a esempio, nella costruzione artificiale di materiali la cui struttura risulti modulata dai tempi con cui i suoi stessi costituenti si vengono a formare, ottimizzandola, o anche nella realizzazione, attraverso molecole di DNA (oggigiorno create in laboratorio) di sistemi biologici reali. “Se da un lato tali esperimenti potranno confermare le predizioni del nostro approccio – conclude Cristiano De Michele – dall’altro potranno offrire interessanti spunti per meglio comprendere come la vita sulla Terra abbia iniziato a svilupparsi a partire da costituenti molecolari meno complessi, i quali, attraverso reazioni autocatalitiche, si sono organizzati fino alla sorprendente complessità del nostro organismo”. (BIG ITALY / red)