Roma, 21 ago – Gli alti livelli di malnutrizione acuta osservati ogni anno in Ciad sono il risultato di diversi fattori, a volte complessi. Quest’anno a N’Djamena, il fenomeno è stato amplificato da una crisi del potere d’acquisto, un’insicurezza alimentare stagionale particolarmente grave e uno sciopero del servizio pubblico che ha colpito il settore sanitario. Molte famiglie nella capitale sono colpite da questa crisi, e non tutte hanno i mezzi per affrontarla.
“Mio marito ha perso il lavoro. Non veniva pagato da sette mesi. Alla fine di ogni mese, quando avrebbe dovuto essere pagato, gli veniva detto: “Torna domani”, dice Fatima, il cui secondo figlio, Bathradine, è in cura presso il centro nutrizionale di MSF. La famiglia di Fatima ha cercato prima nuove opportunità nel sud del paese, ma poi è tornata a N’Djamena a mani vuote. Hanno venduto oggetti di valore, come tappeti e tende, ma non sono riusciti a pagare l’affitto. Il proprietario della loro casa si è appropriato di ciò che avevano lasciato.
Le difficoltà economiche non sono l’unica ragione degli allarmanti livelli di malnutrizione tra i bambini a N’Djamena.
Hajja, madre con un figlio di 18 mesi curato presso il centro nutrizionale di MSF, è determinata: ha i mezzi sostenere suo figlio, la sua più grande sfida era però trovare una struttura sanitaria che potesse curarlo quando si ammalava. “Adoudou ha avuto prima la febbre poi la diarrea” spiega. “L’ho portato in ospedale e ho pagato per la cure e le medicine ma pochi giorni dopo le dimissioni, è stato male di nuovo. La clinica nel nostro quartiere è chiusa – lo staff è in sciopero – così sono andata in un’altra clinica e mi è stato detto che poteva essere malnutrito, ma che non era “il giorno giusto”. Alla fine sono andata al centro di salute di Ndjari, e ora, finalmente sono qui all’ospedale di MSF” racconta sospirando.
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