Roma, 17 set – Anche nel mondo sanitario a volte si ritiene che l’assenza di cure efficaci e risolutive renda inutile e dispendioso effettuare indagini diagnostiche, mentre secondo i Fatebenefratelli «è importante ed eticamente/professionalmente corretto svincolare il diritto alla diagnosi dalle prospettive di cura. Quest’ ultima considerazione vale non solo per le demenze ma anche per tutte le malattie croniche che affliggono le popolazioni che hanno il privilegio di invecchiare a lungo» osserva Zanetti.
In occasione della XXV Giornata Mondiale dell’Alzheimer, che si celebrerà il 21 settembre, l’Irccs organizzerà una serie di appuntamenti per famiglie e operatori per comunicare questa prospettiva corretta: vedere la diagnosi, oltre che come diritto del paziente, come indispensabile premessa alla costruzione di un’alleanza terapeutica tra malato, famigliari e personale sanitario. “Quanto più precoce è la diagnosi, tanto più anche il paziente potrà essere attore delle scelte terapeutiche assistenziali che lo riguardano. Sarà possibile condividere scelte terapeutiche ed assistenziali “adatte” al malato ed alla famiglia. Quest’ultima in particolare si sente ancora troppo spesso sola nell’affrontare il lungo decorso della malattia di Alzheimer”.
In Italia esiste una rete assistenziale (i CDCD: centri per i disturbi cognitivi e le demenza, circa 600), “ma è necessario che i malati ed i famigliari vi si affidino il più presto possibile; solo cosi potranno essere alleggeriti –grazie al contributo di medici, infermieri, educatori, assistenti sociali, psicologi – dal peso assistenziale e dal senso di solitudine” sottolinea il medico bresciano. (red)