(17 settembre 2018) Dire che c’è molta attesa per la cena a casa Calenda con Renzi, Gentiloni e Minniti sarebbe esagerato. Che quattro dirigenti dello stesso partito si vedano la sera non dovrebbe essere una notizia da prima pagina, soprattutto se il partito è il Pd, dove si procede di norma in ordine sparso, visto il gran numero di correnti.
Wikipedia aggiorna l’elenco ogni anno. Attualmente gli iscritti al Pd possono scegliere tra le seguenti sigle interne: In Cammino, Liberal Pd, Future Dem, Area Dem, Dems Arcobaleno, Fronte Democratico, Rete Dem, Rifare l’Italia, Sinistra Dem, Sinistra e cambiamento, Socialisti e Democratici, Ecologisti Democratici. Ciascuno di questi gruppi ha una sua originalità ma tutti insieme sono una disgrazia, visto che più aumentano le correnti, più diminuiscono i voti.
La cena a casa Calenda, che un’informazione malata di politicismo si ostina a considerare un evento, può tuttavia servire a chiarire l’opinione che i commensali hanno uno dell’altro.
Un paio di mesi fa, elencando le dieci ragioni della sconfitta, Renzi aveva citato alcune scelte di Gentiloni come il mancato ius soli o l’abolizione dei voucher e aveva criticato una campagna elettorale senza “leadership”, parlando di Gentiloni come di un ‘falso nueve’”, un finto centroavanti, con un’immagine di “algida sobrietà che non fa sognare”.
Gentiloni aveva ascoltato impassibile, restando seduto mentre tutti applaudivano, e aveva raggiunto l’uscita dopo aver definito “imbarazzante” ciò che aveva appena sentito.
Ora a quanto pare l’imbarazzo è superato.