Roma, 26 set – Per questo motivo, in un libro agile e dalla scrittura colta e documentata da amplia bibliografia e note, si analizzano i diversi e opposti punti di vista delle opere di riferimento nei campi della filosofia politica, della filosofia del diritto, dell’antropologia, degli studi postcoloniali e subalterni, della letteratura, del cinema e, infine, della musica. E si dimostra come in tutti questi campi il mediterraneismo viva una dialettica tra due visioni: quella “occidentale” (dal di fuori) che vuole l’area mediterranea povera e arretrata, anacronisticamente contrapposta a un Occidente e Nord moderni, progrediti, in pieno divenire storico; quella “orientalista” e “meridionalista” (dal di dentro) che dipinge il Mediterraneo alternativo e resistente, che semplicemente rovescia lo stereotipo occidentale rivendicando orgogliosamente la propria diversità e alterità (persino l’essere arcaici) e individuando in questa alterità antica un modello alternativo alle democrazia contemporanee corrotte, decadenti e non più civili. “A quale civiltà ci siamo arresi?” si domandava cantando Mia Martini su testo di Mimmo Cavallo ne “Il mio Oriente”. E persino le Primavere Arabe, in questo tipo di lettura, finiscono per essere lette in una visione occidentalista, come segnala criticamente Tedesco, perché il terrorismo di matrice islamica viene ridotto a una lettura semplicistica come un male di alterità religiosa non integrabile ai valori occidentali o come risultato di un lungo colonialismo prima e imperialismo poi dell’Occidente. L’effetto di questa contrapposizione semplicistica, per Tedesco, è che le due costruzioni culturali, in realtà, si alimentano e riconoscono a vicenda, semplicemente contrapponendosi senza l’approfondimento che meriterebbe lo studio del Mediterraneo per la messa in opera di politiche nuove, capaci di risolvere le questioni aperte che quest’area del mondo presenta, migrazioni comprese. (Ema)