Roma, 4 ott – Nel 2001 Giorgio Gaber usciva con un album che fece molto discutere e divise l’opinione pubblica e i commentatori, soprattutto quelli della sua generazione. Ciò che scavò una trincea tra opposti era il titolo e il senso di quell’album: “La mia generazione ha perso”. Si trattava della generazione del ’68, quella della più grande rivolta sociale del Dopoguerra. Oggi, nel cinquantesimo anniversario di quella rivolta giovanile che vide uniti nella lotta gli studenti di tutto il mondo (promotori di quel fenomeno) insieme alla classe operaia, a interrogarsi e raccontare ai giovani quel periodo è, tra i tanti, Leonello Zaquini. Lo fa con il libro “Il ’68 raccontato a mio figlio. Cosa volevamo fare, cosa non abbiamo fatto” (Mimesis, 2018, 90 pagine, 6 euro). Un volumetto agile e veloce, che nasce come lettera al figlio dopo che lo stesso gli aveva intimato che “un giorno o l’altro, questa faccenda del ’68 me la dovrai anche spiegare”. Lettera che poi ha girato tra parenti, amici e conoscenti, “ex sessantottini ormai invecchiati ed anche altri giovani che invece in quegli anni non erano nati”. Il tutto si è trasformato in discussione collettiva, per mail e in incontri familiari e tra amici. Ecco, quindi, che il libro è divenuto il parto non solo di ricordi e riflessioni di vita vissuta, ma di scambi tra protagonisti diretti e giovani inconsapevoli, ma curiosi. (SEGUE)