Venezia, 4 ott – La grande emigrazione, che vide intere famiglie lasciare il Veneto e portò allo spopolamento di paesi e contrade, ebbe inizio nel 1876: contadini e braccianti si imbarcarono verso i paesi dell’America Latina per scappare dalla povertà e dagli effetti della grande crisi agraria, incentivati dalle agenzie di emigrazione e dai governi dei paesi di destinazione. In Brasile, con l’abolizione della schiavitù (1889), i grandi proprietari terrieri delle piantagioni di caffè dello stato di Sao Paulo cercavano nuova manodopera all’estero: la maggior parte degli emigranti divennero contadini nelle fazendas e nelle piantagioni di caffè. Nel sud del Paese i nuovi arrivati fondarono nuovi insediamenti: Nova Venezia, Bella Vista, Curitiba sono ancora oggi cittadine dove si parla in italiano, anzi in ‘Talian’. Ma anche grandi città come San Paolo in Brasile o Buenos Aires in Argentina sono caratterizzate da una forte impronta italiano/veneta. L’esodo interessò tutte le regioni italiane, ma in particolare il Nord Italia: tre regioni fornirono da sole il 47% dell’intero contingente migratorio, il Veneto (17,9%), il Friuli Venezia Giulia (16,1%) e il Piemonte (13,5%). Con 3.190.000 di emigrati tra il 1866 e il 1990 il Veneto detiene il primato tra le regioni per flussi migratori. Oltre la metà delle partenze venete (il 57% per cento) avvenne prima della Grande Guerra. Un’altra grande ondata di emigrazione si verificò in Italia nel secondo dopoguerra, con meta l’Europa Settentrionale, l Canada e l’Australia: quasi quattro milioni di italiani lasciarono il paese per dirigersi soprattutto nei paesi europei più vicini. Il governo De Gasperi, che si trovò ad affrontare la drammatica situazione post bellica, vide nell’emigrazione una soluzione al problema demografico e occupazionale e incoraggiò fortemente la partenza di migliaia di lavoratori italiani verso Francia, Svizzera, Belgio e, più tardi, Germania. (SEGUE)