Roma, 24 set – “Il cambiamento è sintomo di una certa nevrosi che però viene sottolineata più dagli anziani che dai giovani. Per i giovani c’è il presente – afferma Manghi – ma se dovessimo analizzare l’accezione del cambiamento dovremo avere uno sguardo più lungimirante, in vista della nuova mutualità che intacca il mondo del lavoro”. Secondo il sociologo, il lavoro, oltre all’identità sociale, sta modificando più di un aspetto: il benessere; la popolazione, con il lavoro sempre più collegato a ricerche demografiche; le declinazioni dell’impiego seguite all’internalizzazione del commercio; la produzione del reddito inteso, il più delle volte, come indicatore sociale; la drammatizzazione sociale che colpisce i genitori italiani nei confronti del futuro lavorativo dei propri figli e le susseguenti gerarchizzazioni che interessano questi ultimi. “Per tutti questi motivo – suggerisce Manghi – dobbiamo insistere sui servizi messi a disposizione dai sindacati i quali, a loro volta, dovrebbero proporre al governo una legge che sancisca l’azionariato sociale nelle problematiche del lavoro”. Dopo Manghi, ha preso parola Guido Sarchielli, professore di Psicologia del Lavoro presso l’Università di Bologna, il quale ha insistito sulle conseguenze psico-sociali del lavoro, dovute alla flessibilità e all’instabilità che condiziona spesso la vita delle nuove generazioni. “Ci sono tre grandi categorie di lavori flessibili che lasciano intravedere condizioni di esperienza soggettiva abbastanza differenziate: i lavori che implicano subordinazione (part-time, lavoro interinale, staff-leasing, l’apprendistato, il lavoro a chiamata o a intermittenza, il lavoro ripartito, il contratto di inserimento; lavoro autonomo (lavoratori a progetto, occasionali e accessorio, i lavoratori previsti dal codice civile come associazioni in partecipazione e contratti d’opera); stage, tirocini, borse di lavoro e altre forme di lavori socialmente utili”. (SEGUE)