E’ opinione diffusa che l’economia e la società italiane stiano pagando un prezzo molto alto alle politiche di austerità. Per cui oggi prendere posizione contro l’austerità è la condizione minima richiesta a chiunque voglia occuparsi di politica con qualche speranza di successo.
Ma forse questa narrazione andrebbe rivista. Non è stata certo nel segno dell’austerità una politica economica che negli ultimi 10 anni si è tradotta in un aumento della spesa pubblica da 707 a 852 miliardi, dunque di oltre il 20%, nonostante i tagli di Monti con il decreto salva Italia.
Nella scorsa legislatura la spesa statale è salita di quasi 90 miliardi e l’incidenza sul Pil è aumentata di oltre un punto percentuale, mentre in Germania e Spagna è scesa.
Considerando i tagli, anche se lievi, alla pressione fiscale, si fa fatica a collocare la politica di bilancio italiana nell’alveo dell’austerità fiscale. Lo fa notare sul giornale digitale inpiu.net, Claudio Di Donato, il quale ha calcolato che reddito di cittadinanza e superamento della Fornero – le due riforme più popolari annunciate dal nuovo governo – alla fine “costano” meno di quello che si è speso nel recente passato con gli 80 euro di Renzi, l’abolizione dell’Imu, gli sgravi fiscali per i contratti a tutele crescenti e le salvaguardie per gli esodati.
Le nuove riforme e quelle del passato, una cosa avranno sicuramene in comune, e cioè che il loro impatto sulla crescita sarà del tutto marginale. Questa sembra la vera preoccupazione dei mercati, non i decimali di deficit in più o l’uscita dall’euro.