Roma, 6 nov – Lei contesta al governo un approccio alle questioni dell’informazione che è esattamente il contrario di quanto stanno facendo gli altri Paesi europei. In cosa siamo diversi?
“Vedo che altri Paesi europei sono impegnati a sostenere le profonde trasformazioni di un settore strettamente connesso all’esercizio del diritto costituzionale di informare, di informarsi e di essere informati. Da noi c’è invece un eccesso di ingiustificata aggressività nei confronti dei media e di chi ci lavora. Vorrei ricordare che stiamo parlando di una filiera che dà lavoro a 60mila persone ed è una componente essenziale della democrazia”.
C’è una crisi di credibilità dei giornali presso l’opinione pubblica?
“Ci sono nuove abitudini e nuovi consumi mediatici; naturalmente l’industria della carta paga un prezzo. Non credo sia una questione di credibilità. Noto che sui social si discute soprattutto di ciò che si legge sui giornali o si vede in tv. La quale tv, a sua volta, discute tutto il giorno di ciò che si è ‘letto la mattina sui giornali’”.
Gli editori e i giornalisti sono responsabili – anche di fronte alla legge – di ciò che pubblicano. I social network si presentano come contenitori “neutrali” e di fatto irresponsabili rispetto ai contenuti pubblicati dagli utenti. Dobbiamo abituarci a convivere con questo doppio regime?
“No, dobbiamo affermare il principio di responsabilità in tutti gli ambiti. Così come dobbiamo chiedere il riconoscimento integrale della proprietà intellettuale relativa al contenuto dei quotidiani. Il copyright deve essere tutelato anche nel web e in tutto l’ambito digitale”. (SEGUE)