Parma, 16 nov – Come spiega la prof.ssa Barbara Montanini, docente di Biologia Molecolare, che insieme alla dott.ssa Elisabetta Levati e al prof. Simone Ottonello ha partecipato a questo studio, «i tartufi, incluso il bianco pregiato Tuber magnatum, condividono genomi di grosse dimensioni contenenti un numero assai elevato di elementi genetici mobili (‘trasposoni’). Questi potrebbero aver aumentato in modo considerevole il tasso di diversificazione genica, a partire da un set basale di geni largamente condiviso tra i membri non-sotterranei e non-simbiotici dei Pezizomiceti e i tartufi, contribuendo così all’evoluzione dei tratti distintivi di questi ultimi». Tra questi, la perdita e/o l’inattivazione di geni ‘aggressivi’ in grado di degradare le pareti delle piante ospiti e la riprogrammazione di geni del metabolismo dello zolfo per consentire la produzione dei composti volatili solforati che rappresentano i costituenti essenziali dell’aroma dei tartufi, da questi utilizzati come ‘richiamo’ per gli animali micofagi e la disseminazione delle spore. Nel loro insieme, le risorse genomiche e le nuove conoscenze generate da questo lavoro consentiranno un approccio più razionale e guidato allo studio dell’evoluzione dello stile di vita di questi funghi, che da secoli vengono apprezzati per le loro preziose caratteristiche ambientali, organolettiche e culinarie. (BIG ITALY / PO / red)