Roma, 10 nov – Nel complesso, l’analisi dei dati mostra la facilità con la quale, nelle diverse realtà analizzate, la tutela sociale (dei servizi di territorio) e civile (dell’Autorità Giudiziaria) scivolano nell’indifferenziare l’identità di un minore rom con quella di un minore maltrattato. I concetti impliciti che precedono questa riflessione propria di molti operatori così come di molti magistrati minorili, vedono il bambino rom come soggetto di una situazione di pregiudizio solo e proprio perché è rom o perché vive su quel pezzo di terra dove si trova il “campo nomadi”. Precisamente, i presupposti impliciti di molti operatori sono che: la cultura rom è da considerarsi “mancante”, sempre e comunque, con tutti i bambini; nella cultura rom vi è un’assenza delle capacità genitoriali; da parte dei genitori e/o della famiglia rom vi è un’assenza della tutela dell’infanzia. La ricerca non si propone di escludere che possano esserci situazioni di abbandono dei minori rom, né accusare gratuitamente il lavoro degli operatori, ma mettere in evidenza la contraddizione nella quale invece cadono in molti (sia gli operatori sociali che della magistratura minorile), identificando sempre il minore rom come abbandonato, potremmo dire, “alla” e “dalla” sua cultura. Il tema attorno al quale si sviluppa l’analisi è dunque quello di tutela. Qual’é la nostra concezione tutela e qual’é quella dei romá? Cosa accade al bambino rom mentre per l’operatore si sta verificando una situazione di maltrattamento?
(SEGUE)