Roma, 2 gen – Novi Ligure, oltre cento dipendenti della Pernigotti, di proprietà turca, rischiano il posto. A Bergamo, tocca a quelli della Italcementi. A Riva di Chieri l’incertezza riguarda l’Embracoe nel Torinese trema la torrefazione Hag – Splendid. “Sono solo quattro casi recenti che hanno attirato commenti e critiche sulla gestione estera di imprese italiane” scrive Il Fatto Quotidiano ricordando che “nell’ultimo trentennio c’è stata una forte crescita globale degli investimenti fuori confine. Secondo il rapporto Ice – Politecnico di Milano ‘Italia multinazionale 2017’ si è passati dai 205 miliardi di dollari annui del 1990 ai 1.746 miliardi del 2016, con un’accelerazione recente. I tassi vicini allo zero e la ricchezza dei paesi emergenti hanno moltiplicati i capitali disponibili a viaggiare per trovare impieghi industriali remunerativi contribuendo alla crescita delle economie: più della metà dell’export cinese origina da multinazionali estere. Eppure, nonostante le attrattive del Made in Italy, l’Italia non è stata tra le prede preferite in questa caccia globale all’investimento. Secondo i dati Istat, nel 2017 erano 14.616 le imprese italiane a controllo estero, con oltre 1,3milioni di addetti, che realizzano un discreta fetta del Pil: 573 miliardi di euro (bilanci2016). Meno, però, degli altri: lo stock di capitale in mani estere, 346 miliardi di dollari, è pari al 18,7% del Pil dell’Italia contro il 45,5% del Regno unito, il 45,2% della Spagna, il 28,3% della Francia e il 22,2% della Germania. A sbarrare le porte, un capitalismo fatto di poco mercato e molte relazioni, chiuso nei recinti del controllo familiare, con il corollario di una corruzione diffusa e di un sistema normativo e burocratico farraginoso. L’internazionalizzazione, poi, è scarsa anche per gli investimenti in uscita. Le 27 mila imprese estere controllate dall’Italia, con 1,3 milioni gli addetti e 426 milioni di euro di fatturato, hanno uno stock di capitale che è pari al 25% del Pil, contro una media Europea del 55%”. (SEGUE)