Roma, 2 gen – Un nome storico dell’industria italiana che in realtà realizza il 95% dei ricavi all’estero. Il Fatto Quotidiano, in uno speciale dedicato al made in Italy a cui l’internazionalizzazione ha giovato, analizza il caso di Pirelli: “In Italia ci sono due stabilimenti, a Bollate (Milano) e Settimo Torinese, altri 16 sono sparsi in 12 Paesi esteri, dalla Turchia al Messico, dalla Cina alla Russia. L’alleanza con l’azienda statale cinese ChemChina, riguarda gli pneumatici per auto, il settore ‘industrial’ (mezzi pesanti) è stato scorporato. In Asia, l’area dove registra i tassi di crescita più alti, nel 2017 Pirelli ha realizzato 805 milioni di ricavi (il 15% del totale), di cui due terzi in Cina, dove il marchio è leader nel segmento di alta gamma, quello su cui punta di più. Nel 2015 gli utili netti sono stati pari a 263 milioni (se non si conta il deconsolidamento e la svalutazione delle attività venezuelane, che ha portato l’ulti ma riga del bilancio in rosso per 369 milioni), nel 2017 era calato a 263 milioni, ma nei primi mesi del 2018 è stato di 378 milioni. I patti con i cinesi dovrebbero tutelare, almeno per qualche anno, il know how tecnologico, oltre alla continuità del management. Regole statutarie prevedono che per spostare la sede o trasferire la tecnologia occorra il consenso del 90 per cento del capitale. Presidente del cda è ora Ning Gaoning, ma i patti parasociali affidano la guida operativa a ll ’azionista e manager storico del gruppo, Marco Tronchetti Provera, vicepresidente e amministratore delegato, che dovrebbe avere un ruolo nella scelta del suo successore nel 2020. Va detto che dopo il ritorno in Borsa dell’ottobre 2017, ChemChina è scesa dal 65% al 45% circa del capitale, gli altri soci di peso restano la Camfin di Tronchetti Provera e la russa Lti”. (red)