Roma, 8 gen – Ha 180 anni, ma sembra non sentirli. Era il 7 gennaio 1839, quando lo studioso Francois Arago ha presentato il lavoro di Louis Daguerre all’Accademia di Francia, così nasce la fotografia. All’inizio si fondava sulla dagherrotipia, che prende il nome dal suo inventore, un procedimento fotografico in uso verso la metà dell’Ottocento, che riproduceva le immagini direttamente su lastre di rame argentate in superficie, rese sensibili esponendole nell’oscurità a vapori di iodio, che provocavano la formazione di ioduro d’argento. L’immagine veniva poi sviluppata esponendo a vapori di mercurio la lastra impressionata, che si trasformava così in positivo. Forniva un’unica copia positiva, non riproducibile, su supporto in argento o rame argentato sensibilizzato, in camera oscura, mediante esposizione a vapori di sodio. La ripresa richiedeva lunghi tempi di esposizione da 20 minuti fino a tre quarti d’ora.
E oggi dopo tante trasformazioni: il rullino, il colore, le pellicole istantanee, il digitale, la fotografia si deve confrontare con gli smartphone, che ottengono risultati di qualità, seppur non possono essere completamente paragonati a fotocamere professionali. I cellulari di nuova generazione, infatti, sono pensati per avere sensori e software che insieme raggiungono risultati singolarmente impossibili. Si basano sulla fotografia computazionale che divide la scena in tre piani grazie all’uso delle lenti e alla posizione del fotografo. Mentre prima le fotocamere riuscivano ad usare una sola focalizzazione dell’immagine, con la computazionale si può usare una focale diversa per ogni piano ottenendo un’immagine migliore. (SEGUE)