Milano, 18 gen – Alla maturazione di una nuova sensibilità in questo senso hanno contribuito alcuni casi di pubblicazione di risultati scientifici manipolati che non hanno risparmiato nemmeno le riviste più prestigiose (Science è tra queste) e nei quali errori di valutazione di editori e revisori hanno compromesso la credibilità delle scoperte scientifiche. In questo contesto, alcune riviste hanno iniziato a sperimentare forme di peer review aperta (open peer review): un modello che prevede la pubblicazione, insieme all’articolo, anche dei rapporti di valutazione che lo riguardano e – a volte – anche dei nomi dei revisori. Questa formula dovrebbe aumentare la trasparenza dei processi di valutazione ed indurre gli scienziati ad essere più corretti nel formulare le loro valutazioni. I primi test sperimentali svolti da riviste anche autorevoli, quali il British Medical Journal, avevano prodotto una certa diffidenza nei confronti di queste forme di trasparenza: rischiose per la possibilità di ritorsioni future ai revisori e incapaci di generare una maggiore qualità dei rapporti di revisione. A una diversa conclusione è giunto un team interdisciplinare coordinato dal Professor Flaminio Squazzoni, sociologo del Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università Statale di Milano. Il gruppo ha pubblicato su Nature Communications uno studio su un ampio campione di scienziati che hanno svolto revisioni per cinque riviste scientifiche, passate di recente da un modello di valutazione confidenziale ad un modello open. Si tratta di un campione di più di 20 mila lavori scientifici su cui i ricercatori del team hanno potuto ricostruire gli effetti dell’introduzione di processi di valutazione open. I risultati mostrano che la valutazione aperta non ha alcun effetto negativo sul lavoro e le decisioni dei valutatori. I rapporti di revisione sono in generale più costruttivi e scritti con stile più oggettivo. Sembra che soprattutto i ricercatori giovani siano maggiormente propensi ad accettare il compito di revisore, che val la pena di ricordare è volontario e non retribuito. Lo stesso studio tuttavia ha rilevato che solo l’8.1% degli scienziati coinvolti nei processi di valutazione ha accettato di contro-firmare il proprio lavoro – una facoltà che era opzionale nel trial – e spesso solo quando la valutazione era positiva. Ha commentato Flaminio Squazzoni: “Riflettere sistematicamente su quello che accade dentro le riviste scientifiche e rendere la valutazione dei lavori scientifici più giusta e trasparente è un’istanza sociale molto forte, centrale anche nella corretta percezione della scienza da parte del pubblico. Il nostro lavoro suggerisce una visione che realizzi un giusto equilibrio tra necessità di trasparenza nella pubblicazione dei lavori di revisione e difesa del diritto all’anonimato, percepito come tutela del diritto dei revisori alla piena libertà di giudizio.” (BIG ITALY / red)