Torino, 24 gen – Il 63% del campione si sente abbastanza integrato, con un picco per est europei e sudamericani, in particolare se in possesso di un titolo di studio e se inseriti in un contesto positivo di relazioni sociali. La permanenza in Italia varia da tre a 10 anni e quasi il 90% conosce la lingua in maniera adeguata. Pochi però frequentano corsi, anche se maggiori competenze linguistiche favorirebbero la loro integrazione. Le condizioni lavorative sono generalmente regolari. Prevalgono lavori manuali: operai, domestiche, badanti, impiegati, camerieri, cuochi, pizzaioli. Molti non hanno avuto precedenti esperienze lavorative nei paesi di origine. Tra i risparmiatori emergono cinesi, est europei e sud americani. In alcune etnie il concetto di risparmio, per cultura e tradizione, è meno radicato: è il caso di alcune popolazioni africane, ma tra gli immigrati di seconda generazione tali differenze risultano meno evidenti. Il 42% non invia denaro a casa o lo fa occasionalmente e comunque tende a diminuire le rimesse con il prolungarsi della permanenza all’estero. Le ragioni dell’arrivo in Italia sono la ricerca di una migliore occupazione (32%) e il ricongiungimento familiare (30%). Tuttavia, spesso si dicono delusi poiché vivono in condizioni di precariato e il reddito di cui dispongono è sufficiente solo per sopravvivere. Nel 20% dei casi il tenore di vita nel paese d’origine viene definito superiore a quello in Italia. Raro che abbiano potuto beneficiare di programmi di inserimento; hanno ricevuto aiuto per lo più da familiari e amici presenti in Italia da più anni e dalla comunità etnica di riferimento. (SEGUE)