Roma, 28 gen – Domani, allo Spazio Oberdan di Milabo, la fondazione Franco Verga presenta “Il migrante che è in noi, stranieri a noi stessi” con Moni Ovadia. Tra i più geniali e popolari uomini di cultura della scena contemporanea italiana ed europea, l’autore e attore, racconta, in un’intervista a L’Unione sarda, il tema dello straniero, e della sua (non) accoglienza. “La questione dell’ altro è la questione delle questioni. I primi due uomini generati – nella parabola nella narrazione biblica – sono Caino e Abele. Caino è il primogenito e nasce con tutti i privilegi: ha tutta la Terra per lui. Poi arriva l’ altro, quello che viene a chiedere il suo spazio. Caino non è cattivo, è arrivato prima e ritiene di avere il titolo per non lasciare spazio all’ altro”. “Nella Torah ebraica – spiega Ovadia – il comandamento ‘Amerai lo straniero come te stesso’ è quello più ripetuto di tutta la Scrittura”. Secondo Ovadia c’è un filo rosso che collega le camere a gas al dramma dei migranti del Ventunesimo secolo “pur nella diversità è ovvio”. Infine spiega: “Si dimentica troppo spesso che nei lager nazisti sono stati assassinati anche 500mila rom e sinti, omosessuali, slavi, antifascisti di varie fedi. Undici milioni di persone sono state assassinate nel lager. Si dimentica che il crimine è stato compiuto dai nazisti e dai loro sodali, ma non ci sarebbe stato crimine se non ci fosse stata l’ indifferenza della stragrande maggioranza dell’ Europa». Quindi un pensiero all’Italia: “Noi italiani siamo stati 30 milioni di emigrati dal 1870 al 1970. Lo straniero ci terrorizza perché non facciamo i conti con lo straniero che è in noi”. (Kgn)